Sicilia, la protesta dei trattori non si ferma: agricoltura in crisi tra prezzi in caduta e costi insostenibili
Dopo settimane di mobilitazioni, il mondo agricolo siciliano continua a chiedere risposte concrete. Dall’olio extravergine al grano, fino all’ortofrutta, cresce il disagio di produttori e allevatori. Il caro gasolio è soltanto una delle cause di una crisi che minaccia la sopravvivenza di numerose aziende.
PALERMO, 22 ottobre 2026 – Le proteste che nelle ultime settimane hanno attraversato la Sicilia, con trattori sulle strade, presidi e sospensioni delle attività produttive, hanno riportato al centro dell’attenzione una delle questioni economiche e sociali più delicate dell’Isola: il progressivo impoverimento del comparto agricolo.
Una mobilitazione che non può essere ricondotta esclusivamente all’aumento del prezzo dei carburanti, ma che trova le proprie ragioni in una crisi strutturale, alimentata dall’incremento dei costi di produzione, dalla diminuzione dei prezzi riconosciuti agli agricoltori e dalle crescenti difficoltà di mantenere economicamente sostenibili le attività rurali. La protesta, che ha interessato diversi territori siciliani, non appare ancora conclusa. Mentre una parte dell’autotrasporto ha revocato il fermo dopo il confronto con il Governo, nel settore agricolo permangono tensioni e richieste inevase. Nel Siracusano, il 21 ottobre, è stata annunciata la ripresa dei presidi nella zona industriale, a conferma di un disagio che continua a manifestarsi.
Il caso dell’olio extravergine: produrre costa più di quanto rende
Particolarmente difficile è la situazione dell’olivicoltura siciliana, una delle produzioni più rappresentative dell’identità agricola regionale. Nei territori del Belice, dei Sicani e dell’Agrigentino, gli olivicoltori hanno denunciato il progressivo ridimensionamento delle quotazioni dell’olio extravergine, scese su alcune piazze a circa 6,70 euro al chilogrammo, mentre sono state segnalate offerte commerciali ancora inferiori, comprese tra 5 e 6 euro. Prezzi che, secondo i produttori, non garantiscono un’adeguata remunerazione del lavoro e delle spese sostenute per la coltivazione degli uliveti, la raccolta delle olive, la molitura e la commercializzazione del prodotto. Da qui la decisione di promuovere la sospensione temporanea della raccolta e delle attività dei frantoi, accompagnata dalla richiesta di un prezzo remunerativo, indicato da alcuni comitati territoriali in almeno 8 euro al litro. La protesta ha coinvolto amministrazioni comunali, associazioni e produttori agricoli, dando vita a una mobilitazione che ha superato i confini delle singole aziende per assumere una dimensione territoriale.
Grano e ortofrutta: la crisi si estende alle altre produzioni
Non meno preoccupante è la condizione dei cerealicoltori, chiamati a sostenere spese crescenti per carburanti, lavorazioni meccaniche, sementi e fertilizzanti. Secondo le testimonianze raccolte durante le manifestazioni, in alcune realtà siciliane coltivare un ettaro di grano può comportare costi nell’ordine dei 900 euro, a fronte di ricavi che, nelle annate meno favorevoli, possono fermarsi intorno ai 600 euro. Un rapporto economico che evidenzia il rischio di lavorare in perdita e che alimenta il progressivo abbandono dei terreni agricoli.
Anche il settore ortofrutticolo denuncia difficoltà legate alla distanza tra i prezzi riconosciuti ai produttori e quelli praticati al consumo, mentre le interruzioni nei trasporti hanno aggravato le criticità di una filiera che dipende dalla rapidità delle consegne e dalla conservazione delle merci. Emblematico il caso del mercato ortofrutticolo di Vittoria, dove il fermo dell’autotrasporto ha provocato forti difficoltà commerciali e logistiche.
Il caro gasolio e il peso dei costi aziendali
Il rincaro del gasolio agricolo rappresenta uno degli elementi più immediati della protesta.
Durante le mobilitazioni sono stati segnalati prezzi che hanno raggiunto anche 1,70 euro al litro, rispetto a livelli sensibilmente inferiori registrati nei mesi precedenti. Per un’azienda agricola, il carburante non costituisce una spesa accessoria, ma una componente essenziale delle operazioni quotidiane: dalla preparazione dei terreni alle semine, dalla raccolta alla movimentazione dei prodotti.A queste difficoltà si aggiungono i costi dell’energia elettrica, dell’irrigazione, della manodopera e dei trasporti, in un contesto già segnato dalle conseguenze della siccità e dall’incertezza climatica.
Le richieste alle istituzioni
Le manifestazioni hanno portato alla formulazione di richieste precise: riduzione dei costi energetici, misure straordinarie a sostegno delle aziende, valorizzazione delle produzioni siciliane, maggiori controlli sulla provenienza dei prodotti e interventi per garantire condizioni commerciali più equilibrate. Il 12 ottobre, ad Agrigento, un documento sottoscritto da sindaci, agricoltori e associazioni di produttori è stato consegnato al prefetto Salvatore Caccamo, affinché le istanze del territorio fossero sottoposte all’attenzione del Governo nazionale e della Regione Siciliana.
Tra le richieste, anche la verifica dei presupposti per il riconoscimento dello stato di crisi del settore agricolo. Il confronto istituzionale è stato avviato, ma non risulta ancora raggiunta una soluzione complessiva alle vertenze.
Il rischio dell’abbandono delle campagne
Dietro le proteste si nasconde una questione che va ben oltre il destino economico delle singole imprese. L’agricoltura siciliana rappresenta un patrimonio produttivo, ambientale e culturale, particolarmente importante nelle aree interne, dove la continuità delle attività agricole contribuisce alla conservazione del paesaggio, alla manutenzione del territorio e alla permanenza delle comunità rurali.La progressiva perdita di redditività rischia di accelerare l’abbandono delle campagne, riducendo le opportunità di lavoro e rendendo sempre più difficile il ricambio generazionale.
Il problema non è soltanto quanto costa produrre, ma quanto viene riconosciuto a chi produce.
È questo il nodo centrale emerso dalle manifestazioni delle ultime settimane. Gli agricoltori chiedono condizioni che consentano loro di continuare a lavorare, investire e garantire un futuro alle proprie aziende. La protesta dei trattori ha acceso i riflettori su una crisi che viene da lontano. Adesso la questione è comprendere se al confronto aperto con le istituzioni seguiranno provvedimenti capaci di affrontare le cause economiche del disagio.
Perché, oltre i presidi e le manifestazioni, rimane una realtà difficilmente contestabile: senza una prospettiva di reddito adeguato, il futuro di una parte significativa dell’agricoltura siciliana rischia di diventare sempre più incerto.
