Sicilia, la protesta si divide, ma la crisi rimane. E gli agricoltori rischiano di restare soli
Il Governo interviene sulle richieste degli autotrasportatori e degli agricoltori, ma la progressiva sospensione dei blocchi apre interrogativi sulla tenuta della mobilitazione. Tra stanziamenti, promesse e problemi strutturali irrisolti, resta il dubbio che la forza della protesta possa esaurirsi prima ancora di aver ottenuto risposte decisive per il futuro dell’agricoltura siciliana.
di Placido Salamone
C’è un aspetto delle proteste che in queste settimane hanno attraversato la Sicilia sul quale sarebbe opportuno soffermarsi, andando oltre le immagini dei trattori lungo le strade, dei camion fermi nei porti e delle difficoltà che hanno interessato la distribuzione delle merci. È un aspetto che riguarda la capacità di una mobilitazione collettiva di conservare la propria forza e, soprattutto, il modo in cui le istituzioni scelgono di rispondere alle richieste delle diverse categorie produttive.
Agricoltori e autotrasportatori sono scesi in piazza per ragioni che, pur presentando caratteristiche differenti, trovano un denominatore comune nell’aumento dei costi di esercizio delle imprese. Il carburante rappresenta certamente una delle principali emergenze, ma sarebbe riduttivo limitare a questo elemento le ragioni di un disagio che, specialmente nel comparto agricolo, affonda le proprie radici in problemi economici e strutturali ben più lontani.
Il Governo nazionale ha preso in considerazione le richieste di entrambe le categorie. Questo è un dato che, per correttezza di analisi, deve essere riconosciuto. Il confronto con gli autotrasportatori ha prodotto impegni sullo sblocco dei crediti d’imposta, sui finanziamenti destinati al settore e sull’apertura di ulteriori tavoli istituzionali. Impegni che hanno portato il Comitato trasportatori siciliani a revocare il fermo, pur mantenendo lo stato di agitazione fino alla soluzione delle questioni ancora aperte.
Sul fronte agricolo, le istituzioni non sono rimaste immobili. Già nei mesi precedenti erano stati introdotti crediti d’imposta per l’acquisto del carburante e dei fertilizzanti, con risorse nazionali rispettivamente pari a 90 e 40 milioni di euro. Più recentemente, l’Assemblea regionale siciliana ha approvato uno stanziamento di 50 milioni di euro per sostenere i produttori di grano, mentre il Governo nazionale ha avviato ulteriori iniziative, anche presso le istituzioni europee, per individuare nuove forme di sostegno al comparto.
Per oggi è inoltre previsto un Consiglio dei ministri chiamato a esaminare nuovi interventi destinati sia all’autotrasporto sia all’agricoltura. Saranno i contenuti effettivamente approvati, i tempi di attuazione e le risorse concretamente disponibili a consentire una valutazione più completa.
Sarebbe dunque ingeneroso sostenere che nulla sia stato fatto.
Ma riconoscere l’esistenza di questi interventi non significa necessariamente considerarli sufficienti. Ed è proprio qui che nasce la nostra perplessità.
La protesta degli autotrasportatori, almeno nella sua principale componente organizzata in Sicilia, ha trovato nel confronto con il Governo motivazioni sufficienti per sospendere il fermo. Quella degli agricoltori, invece, continua a presentare questioni che nessun semplice intervento sul prezzo del carburante sembra poter risolvere definitivamente.
Esiste infatti una differenza sostanziale tra le due condizioni. Per un’impresa di autotrasporto, pur nella complessità del settore, il riconoscimento di contributi, crediti fiscali e misure sui costi operativi può rappresentare una risposta diretta ad alcune delle principali rivendicazioni. Per un’azienda agricola, invece, la riduzione delle spese di produzione è soltanto una parte del problema, perché rimane irrisolta la questione fondamentale del prezzo al quale i prodotti vengono venduti.
Un olivicoltore può ottenere un’agevolazione sul gasolio, ma continuerà a trovarsi in difficoltà se il valore riconosciuto al suo olio non consentirà di remunerare adeguatamente il lavoro, la raccolta e la trasformazione. Lo stesso vale per il produttore di grano, per l’orticoltore e per l’allevatore, quotidianamente chiamati a sostenere spese che il mercato non sempre riesce a compensare.
La protesta degli olivicoltori del Belice, dei Sicani e dell’Agrigentino, con la richiesta di un prezzo remunerativo di almeno otto euro al litro per l’extravergine, rappresenta una manifestazione concreta di questa difficoltà. Non si tratta semplicemente di chiedere un contributo economico, ma di rivendicare la possibilità di continuare a produrre senza dover accettare condizioni commerciali ritenute insostenibili.
E allora la domanda diventa inevitabile: quale futuro può avere un’agricoltura che riesce a sopravvivere soltanto attraverso interventi straordinari, senza che venga affrontata la questione della redditività ordinaria delle aziende?
È proprio in questo contesto che la progressiva conclusione della protesta degli autotrasportatori merita una riflessione ulteriore.
Quando più categorie produttive manifestano contemporaneamente, la loro capacità di richiamare l’attenzione pubblica e istituzionale aumenta sensibilmente. Il disagio non appare più come una vertenza isolata, ma assume i contorni di una crisi economica più vasta. La presenza contemporanea di camion e trattori rende evidente che il problema riguarda l’intero sistema produttivo e, indirettamente, anche i consumatori.
Se una categoria ottiene risposte sufficienti per sospendere la mobilitazione, mentre l’altra rimane in attesa di soluzioni più profonde, questa forza comune inevitabilmente può ridimensionarsi.
Non abbiamo elementi per sostenere che ciò costituisca una strategia deliberata del Governo per dividere il fronte della protesta. Sarebbe una conclusione arbitraria, che non intendiamo formulare.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo non osservare che la gestione separata delle vertenze può produrre, anche senza un’intenzione precisa, l’effetto di indebolire la pressione collettiva.
Ed è un rischio che riguarda soprattutto gli agricoltori.
Una volta ripristinata la circolazione delle merci, superate le difficoltà nei porti e ridotta l’attenzione mediatica sui blocchi, potrebbe venire meno quella condizione di emergenza generale che aveva spinto le istituzioni ad accelerare il confronto.
Rimarrebbero così, nella loro complessità, le questioni agricole: il prezzo dell’olio, la crisi della cerealicoltura, le difficoltà dell’ortofrutta, il costo dell’energia, la carenza di risorse idriche, i problemi della zootecnia e la concorrenza dei prodotti importati.
Non possiamo tuttavia dimenticare che il fermo dell’autotrasporto ha finito per danneggiare anche numerose aziende agricole, impossibilitate a commercializzare prodotti deperibili. È una contraddizione che dimostra quanto sia difficile mantenere una mobilitazione comune quando le forme di protesta di una categoria incidono negativamente sull’attività dell’altra.
La solidarietà tra comparti produttivi deve quindi accompagnarsi a una valutazione responsabile delle conseguenze economiche dei blocchi. Difendere il diritto di protestare non significa ignorare il diritto di altre imprese a continuare a lavorare.
In questo scenario assume un particolare significato anche la nascita del nuovo Movimento agricolo siciliano, che nei giorni scorsi ha avviato una propria organizzazione e presentato alla Regione una piattaforma di richieste, dalla riduzione del prezzo del gasolio agricolo alla tutela delle produzioni e al contenimento dei danni provocati dalla fauna selvatica.
La nascita di nuove forme di rappresentanza può essere interpretata come il segnale di un’esigenza sempre più diffusa: quella di trasformare una protesta temporanea in una capacità permanente di interlocuzione con le istituzioni.
Anche in questo caso, però, sarà necessario verificare se il movimento riuscirà a dare continuità alle richieste del mondo agricolo, evitando che la frammentazione delle rappresentanze finisca per indebolire ulteriormente la categoria. L’eventualità, prospettata da alcuni promotori, di una futura partecipazione politica apre inoltre una questione distinta, sulla quale saranno gli stessi agricoltori a valutare il percorso più coerente con i propri obiettivi.
Rimane un principio che dovrebbe essere condiviso da tutti: le difficoltà dell’agricoltura non possono essere considerate soltanto nei momenti in cui i trattori occupano le strade.
La Sicilia possiede un patrimonio agricolo straordinario, fatto di produzioni di qualità, tradizioni antichissime e imprese che costituiscono un presidio fondamentale nelle aree interne. Eppure, proprio queste realtà sono spesso le più esposte alla crisi, perché devono confrontarsi con maggiori difficoltà logistiche, infrastrutture insufficienti, costi di trasporto elevati e mercati nei quali il singolo produttore dispone di una limitata capacità contrattuale.
Quando un’azienda agricola cessa la propria attività, non viene meno soltanto una fonte di reddito. Si interrompe una continuità produttiva, si indebolisce il tessuto sociale dei piccoli centri e si alimenta quel processo di abbandono delle campagne che rappresenta una delle più gravi minacce per il futuro della Sicilia. Le misure economiche annunciate possono certamente offrire un sollievo immediato. I 50 milioni destinati ai cerealicoltori costituiscono un intervento concreto, del quale occorrerà verificare tempi e modalità di erogazione. Ma il sostegno pubblico, da solo, non può sostituire una politica capace di garantire condizioni di mercato più equilibrate.
Non si tratta di pretendere che lo Stato determini arbitrariamente ogni prezzo agricolo. Si tratta piuttosto di favorire trasparenza nelle filiere, contratti commerciali più equi, tutela dalle pratiche sleali, valorizzazione dell’origine dei prodotti e strumenti che rafforzino la posizione dei produttori nei confronti degli intermediari e della distribuzione. Ed è qui che il confronto con le istituzioni dovrebbe continuare, anche quando l’ultima manifestazione sarà terminata. La protesta dei trattori ha avuto il merito di rendere visibile un problema che non nasce certamente nell’ottobre del 2026. Sarebbe un’occasione perduta se tutto dovesse concludersi con qualche finanziamento straordinario e con il ritorno alla normalità della circolazione stradale. Non è la fine dei blocchi che deve essere considerata la misura del successo di un intervento pubblico, ma la capacità delle aziende di tornare a operare in condizioni di sostenibilità economica.
Resta dunque una perplessità, che non nasce da una posizione pregiudizialmente contraria al Governo, bensì dall’osservazione delle differenti prospettive che si presentano ai due comparti.Gli autotrasportatori hanno ottenuto impegni che hanno consentito una prima ricomposizione della vertenza. Gli agricoltori hanno ricevuto alcune risposte, ma rimangono alle prese con una crisi che richiede interventi ben più articolati.
Il rischio è che, una volta spenti i motori dei camion, si spenga progressivamente anche l’attenzione verso i trattori.
E sarebbe un errore grave. Perché gli agricoltori non chiedono soltanto di poter acquistare il gasolio a un prezzo inferiore. Chiedono, prima di tutto, di poter continuare a vivere del proprio lavoro. È una differenza sostanziale che dovrebbe orientare ogni futura decisione.
Le istituzioni hanno il compito di ascoltare le proteste, ma soprattutto la responsabilità di intervenire sulle cause che le hanno generate. Diversamente, ogni emergenza rischierà di essere affrontata attraverso provvedimenti temporanei, rinviando ancora una volta la soluzione dei problemi. Forse è proprio questa la questione sulla quale dovremmo riflettere maggiormente: si sta cercando di risolvere la crisi dell’agricoltura o soltanto di superare la stagione delle proteste?
Sono due obiettivi profondamente differenti. Il primo richiede una visione economica, scelte strutturali e un impegno costante. Il secondo può essere raggiunto attraverso la mediazione, gli stanziamenti e la progressiva sospensione delle mobilitazioni. Non sappiamo ancora quale sarà l’esito definitivo di questa vicenda. Sappiamo però che il futuro delle aziende agricole siciliane non può dipendere esclusivamente dalla loro capacità di bloccare una strada o di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica.
Quando i camion avranno ripreso a viaggiare e i trattori saranno tornati nei campi, bisognerà avere il coraggio di verificare quali problemi saranno stati effettivamente risolti.
Perché una protesta può terminare con un accordo, ma la crisi di un intero comparto produttivo non si risolve con la semplice fine delle manifestazioni.
E se tra qualche mese gli agricoltori saranno ancora costretti a vendere i propri prodotti senza un adeguato margine economico, allora dovremo riconoscere che avremo forse superato l’emergenza delle proteste, ma non quella dell’agricoltura. Ed è proprio quest’ultima che dovrebbe preoccuparci maggiormente.
