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Agricoltura siciliana, il grido di una terra che rischia di non poter più produrre: 3.500 agricoltori in piazza a Palermo



Dalla crisi del grano al crollo dei prezzi dell’olio, passando per il caro gasolio e le difficoltà delle imprese agricole. La protesta di Coldiretti davanti all’Assemblea Regionale Siciliana riaccende il dibattito sul futuro di un settore fondamentale per l’economia dell’Isola. Sul tavolo nuovi finanziamenti, ma anche il ritardo delle risposte strutturali.


PALERMO, 15 ottobre 2026 – Non è soltanto una protesta contro il caro carburante. È il segnale di una crisi più profonda, che attraversa l’intero sistema agricolo siciliano e mette in discussione la sopravvivenza economica di migliaia di aziende, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni. Mercoledì 14 ottobre, circa 3.500 agricoltori, secondo i dati diffusi dagli organizzatori, hanno raggiunto Palermo da diverse province dell’Isola per partecipare alla manifestazione promossa da Coldiretti davanti alla sede dell’Assemblea Regionale Siciliana. Una mobilitazione che è coincisa con una fase particolarmente delicata dell’attività parlamentare regionale, impegnata nell’esame delle variazioni di bilancio destinate, fra gli altri interventi, a sostenere il comparto agricolo. Ma dietro i numeri della manifestazione emerge una questione che va ben oltre le rivendicazioni economiche: produrre in agricoltura costa sempre di più, mentre il reddito riconosciuto a chi lavora la terra continua a essere sottoposto a fortissime pressioni. Il prezzo del gasolio agricolo, le spese per i fertilizzanti, l’energia, l’irrigazione, la manodopera e il trasporto delle merci incidono in misura crescente sui bilanci aziendali. A questo si aggiunge un mercato che, in diversi comparti, non riesce a garantire prezzi sufficientemente remunerativi. La situazione è particolarmente delicata per i cerealicoltori. Secondo quanto denunciato dal presidente di Coldiretti Sicilia, Francesco Ferreri, il grano viene oggi pagato meno di 20 centesimi al chilogrammo, un valore che non consentirebbe di coprire i costi di produzione. La stessa organizzazione agricola segnala la perdita di circa 10 mila ettari di superfici destinate alle semine, un fenomeno che alimenta la preoccupazione per il progressivo abbandono dei terreni. Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la cerealicoltura. Anche l’olivicoltura, la viticoltura, la zootecnia e la pesca stanno attraversando una fase di difficoltà, caratterizzata dalla riduzione dei margini e dalla crescente incertezza economica. Uno dei settori che maggiormente rappresentano l’identità agricola siciliana è quello olivicolo. La Sicilia custodisce un patrimonio straordinario di varietà autoctone, territori di produzione e tradizioni legate alla coltivazione dell’olivo. Eppure, proprio questo patrimonio rischia di essere indebolito da una progressiva perdita di redditività. Raccogliere le olive, trasportarle al frantoio, sostenere i costi di molitura, conservazione, confezionamento e commercializzazione dell’olio comporta investimenti che diventano difficili da recuperare quando il prezzo riconosciuto al produttore si riduce. La questione non riguarda esclusivamente il costo del prodotto finale, ma il rapporto tra il valore agricolo reale e quello determinato lungo la filiera commerciale. In questo contesto diventa fondamentale rafforzare la tracciabilità, valorizzare l’origine territoriale delle produzioni e assicurare rapporti commerciali più equilibrati. La qualità, da sola, non basta se non viene accompagnata da condizioni economiche che consentano alle aziende di continuare a produrre. La crisi assume un significato ancora più importante nelle aree interne della Sicilia, dove l’attività agricola rappresenta non soltanto una fonte di reddito, ma anche uno strumento essenziale di presidio del territorio. Nelle campagne dei Nebrodi, così come in molte altre zone collinari e montane dell’Isola, oliveti, seminativi e pascoli costituiscono una parte fondamentale del paesaggio e dell’economia rurale. Per queste aziende, spesso caratterizzate da dimensioni contenute e da una maggiore difficoltà di meccanizzazione, l’aumento dei costi può risultare particolarmente gravoso. Abbandonare un terreno agricolo non significa soltanto interrompere una produzione. Significa perdere una parte dell’economia locale, indebolire il presidio umano delle campagne e aumentare le difficoltà nella manutenzione di un territorio già esposto al rischio di incendi, dissesto e spopolamento. Difendere l’agricoltura, soprattutto nelle aree interne, significa dunque difendere anche il territorio e la sua capacità di continuare a vivere. Sul piano istituzionale, la Regione Siciliana ha già avviato alcuni interventi. La legge regionale 13 del 2026 ha destinato complessivamente 15 milioni di euro al sostegno delle imprese agricole e della pesca contro il caro carburante: 10 milioni per l’agricoltura e le attività agromeccaniche e 5 milioni per il comparto ittico. Il 30 settembre la Commissione Attività produttive dell’ARS ha espresso parere favorevole ai relativi decreti attuativi. Un ulteriore pacchetto di misure è stato inserito nel disegno di legge sulle variazioni di bilancio. Fra gli interventi illustrati dal governo regionale figurano 20 milioni di euro per il comparto cerealicolo, 19 milioni per le cantine sociali e 10 milioni per la distillazione straordinaria, oltre ad altri sostegni contro il caro carburante. Coldiretti ha richiamato inoltre l’impegno politico di destinare 50 milioni di euro ai cerealicoltori, cifra che deve però essere distinta dagli stanziamenti effettivamente contenuti nelle misure illustrate dal governo. Il punto centrale resta l’approvazione definitiva dei provvedimenti e la successiva capacità amministrativa di trasformare le risorse in contributi concretamente disponibili per le imprese. Alla conclusione dei lavori parlamentari del 14 ottobre, il disegno di legge sulle variazioni di bilancio risultava ancora bloccato, fra confronti politici e divergenze sulle modalità di approvazione. Una situazione che rende comprensibile la preoccupazione degli agricoltori, alle prese con scadenze produttive che non possono attendere indefinitamente i tempi della politica. Gli aiuti straordinari possono rappresentare una risposta necessaria nell’immediato, ma difficilmente saranno sufficienti senza affrontare le cause strutturali della crisi. Il primo nodo riguarda il rapporto tra costi di produzione e prezzi riconosciuti agli agricoltori. Occorrono strumenti efficaci di trasparenza commerciale, una maggiore organizzazione dell’offerta agricola e condizioni contrattuali capaci di evitare che il peso delle oscillazioni di mercato ricada esclusivamente sui produttori. Un secondo fronte riguarda l’acqua. La Sicilia continua ad avere bisogno di infrastrutture irrigue efficienti, manutenzione degli invasi, riduzione delle perdite e una programmazione che consenta alle aziende di affrontare periodi prolungati di scarsità idrica. Infine, esiste una questione generazionale. Se coltivare la terra non produce un reddito adeguato, diventa inevitabilmente più difficile convincere i giovani a investire nelle aziende agricole, recuperare terreni abbandonati o proseguire le attività familiari. Senza ricambio generazionale, la crisi economica rischia di trasformarsi in una crisi irreversibile del patrimonio produttivo rurale. La manifestazione del 14 ottobre rappresenta un nuovo passaggio di una mobilitazione che, nelle ultime settimane, ha interessato anche altre aree del Paese. Nella stessa giornata, migliaia di agricoltori sono scesi in piazza a Bari, mentre a livello nazionale altre organizzazioni agricole hanno promosso iniziative per denunciare la perdita di redditività delle imprese. Il fenomeno assume dunque una dimensione che supera i confini regionali. Il problema non è più soltanto stabilire quanti finanziamenti destinare all’agricoltura, ma comprendere quale modello economico e produttivo si intenda sostenere nei prossimi anni. La Sicilia possiede produzioni di qualità, tradizioni agricole importanti e territori capaci di esprimere un elevato valore agroalimentare. Questa ricchezza, tuttavia, non può essere considerata inesauribile. Quando un agricoltore rinuncia a seminare, quando un oliveto viene abbandonato o quando un’azienda zootecnica chiude, la perdita non riguarda esclusivamente il singolo imprenditore. Riguarda l’intera comunità. Il messaggio arrivato da Palermo è quindi più profondo di una richiesta di contributi economici: l’agricoltura chiede di essere riconosciuta come attività produttiva indispensabile, non come settore da assistere soltanto nelle emergenze. E la vera sfida per le istituzioni sarà trasformare questa richiesta in politiche durature, capaci di restituire sostenibilità economica al lavoro della terra. Perché una Sicilia che smette di coltivare è anche una Sicilia che rischia di perdere una parte fondamentale della propria identità, della propria economia e del proprio futuro.

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