Hormuz, petrolio oltre i 100 dollari
La guerra con l’Iran riaccende lo shock energetico mondiale
La nuova escalation nel Golfo Persico e nel Mar Rosso mette sotto pressione due delle principali arterie energetiche del pianeta. Il Brent ha superato nuovamente quota 100 dollari e il rischio non riguarda soltanto benzina e gasolio: per l’Europa significa più inflazione, costi maggiori per trasporti e imprese e tassi d’interesse destinati a restare elevati.
La guerra che vede contrapposti Stati Uniti e Israele all’Iran sta assumendo sempre più i caratteri di una crisi energetica globale. Il 10 settembre il Brent ha chiuso a 107,63 dollari al barile; nella giornata dell’11 settembre ha raggiunto un massimo di 109,97 dollari, prima di ripiegare parzialmente, restando comunque saldamente sopra la soglia psicologica dei 100 dollari.
Il problema fondamentale rimane lo Stretto di Hormuz. Prima della guerra vi transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi ogni giorno, pari a circa un quarto del commercio mondiale di petrolio trasportato via mare. Le rotte alternative attraverso gli oleodotti sauditi ed emiratini possono assorbire soltanto una frazione di questi volumi, circa 3,5-5,5 milioni di barili al giorno. Anche il gas è coinvolto: quasi un quinto del commercio mondiale di GNL attraversava Hormuz.
E nonostante i tentativi statunitensi di rendere nuovamente praticabile la navigazione, la normalità è ancora lontanissima. Il 10 settembre sono stati rilevati appena sette transiti nello stretto, contro circa 125 al giorno prima della guerra, anche se alcune petroliere viaggiano con i sistemi di identificazione disattivati e quindi non compaiono nelle rilevazioni ordinarie.
Il secondo fronte: il Mar Rosso
Alla crisi di Hormuz si aggiunge ora quella dello Stretto di Bab el-Mandeb, tra Yemen e Corno d’Africa. L’avanzata degli Houthi e la conquista del porto yemenita di Mocha hanno accresciuto il rischio per una seconda grande arteria commerciale ed energetica. Circa il 7% della produzione petrolifera mondiale transita normalmente attraverso Bab el-Mandeb e il Mar Rosso.
Gli attacchi Houthi hanno inoltre colpito infrastrutture energetiche dell’Arabia Saudita, provocando incendi e interruzioni operative in alcuni impianti. Si sta quindi creando uno scenario particolarmente pericoloso: Hormuz sotto pressione a est e Bab el-Mandeb sotto pressione a ovest.
Per l’Europa questa seconda crisi è particolarmente delicata perché il Mar Rosso e il Canale di Suez costituiscono il principale collegamento marittimo con l’Asia. Se le compagnie sono costrette a circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, aumentano tempi di viaggio, consumo di carburante, assicurazioni e costi dei noli. Il rincaro, quindi, non colpisce soltanto il petrolio: può trasferirsi su migliaia di prodotti importati.
Dal barile alla pompa: perché benzina e diesel aumenteranno
Non bisogna però immaginare un rapporto automatico per cui un aumento del 10% del Brent determini immediatamente un aumento del 10% della benzina. Il prezzo pagato dall’automobilista europeo contiene anche raffinazione, distribuzione, accise e IVA.
Ma se il petrolio rimane stabilmente sopra i 100 dollari per settimane, la pressione sui distributori diventa inevitabile. E il problema oggi è aggravato dalla scarsità di alcuni prodotti raffinati, in particolare del gasolio, fondamentale per camion, trasporto marittimo, agricoltura e numerose attività industriali. Reuters rileva che i mercati del diesel stanno subendo tensioni particolarmente forti.
Un semplice esempio permette di capire l’ordine di grandezza. Ogni aumento di 10 dollari al barile equivale, sul solo valore della materia prima, a circa 6,3 centesimi di dollaro per litro di petrolio. Il passaggio effettivo alla pompa dipende poi dal cambio euro/dollaro, dai margini di raffinazione, dai trasporti e dalla fiscalità.
Se alla fine della catena il carburante aumentasse, per esempio, di 20 centesimi al litro, un pieno da 50 litri costerebbe 10 euro in più. Per un camion che consumasse 30.000 litri di gasolio all’anno, lo stesso incremento significherebbe circa 6.000 euro di maggiori costi annuali per veicolo. Ed è proprio qui che il problema smette di riguardare soltanto gli automobilisti.
L’effetto domino sull’economia europea
Il gasolio più caro aumenta innanzitutto il costo del trasporto delle merci. Di conseguenza salgono i costi per supermercati, aziende agricole, industria alimentare, edilizia e manifattura. Una parte viene assorbita dalle imprese, riducendone i margini; un’altra viene trasferita ai consumatori attraverso prezzi più elevati.
L’energia entra inoltre direttamente nei processi produttivi. Fertilizzanti, vetro, ceramica, chimica, acciaio, trasporti e logistica sono particolarmente sensibili ai prezzi energetici. Un aumento prolungato del petrolio e del gas può quindi trasformarsi in quella che gli economisti definiscono inflazione da costi.
Ed è esattamente ciò che sta preoccupando la Banca centrale europea. L’inflazione dell’Eurozona è tornata oltre il 3% e il 10 settembre la BCE ha aumentato di 25 punti base il tasso sui depositi, portandolo al 2,50%, indicando esplicitamente nello shock energetico legato alla guerra iraniana una delle principali fonti di pressione sui prezzi. La BCE prevede ora un’inflazione media del 3% nel 2026 e una crescita dell’economia dell’Eurozona limitata allo 0,9%.
Questo produce un secondo effetto, meno evidente al distributore ma altrettanto importante: petrolio caro → inflazione più alta → tassi d’interesse più elevati.
Famiglie e imprese rischiano quindi di pagare due volte: prima attraverso energia, carburanti e merci più costosi; poi attraverso mutui, finanziamenti e credito aziendale più onerosi.
Perché l’Europa è vulnerabile anche se importa poco petrolio direttamente da Hormuz
È un’apparente contraddizione. Nel 2025 soltanto circa il 4% del greggio transitato attraverso Hormuz era diretto verso l’Europa, mentre circa l’80% dei flussi petroliferi era destinato all’Asia.
Ma il petrolio è un mercato globale.
Se improvvisamente vengono sottratti milioni di barili destinati a Cina, India, Giappone o Corea, questi Paesi cercano forniture alternative in Africa, nelle Americhe o altrove, entrando in concorrenza con gli acquirenti europei. Il prezzo del Brent sale quindi anche per chi non compra direttamente petrolio iraniano, saudita o qatariota attraverso Hormuz.
Lo stesso vale per il gas naturale liquefatto. Una riduzione delle esportazioni del Qatar costringe gli acquirenti asiatici ed europei a contendersi un numero inferiore di metaniere. L’Europa, dopo avere ridotto fortemente la dipendenza dal gas russo, è diventata molto più dipendente dal mercato mondiale del GNL. Per questo una crisi del Golfo può riflettersi rapidamente anche sulle quotazioni europee del gas.
L’Italia: carburanti e trasporti diventano il punto più sensibile
Per l’Italia il problema più immediato sarà probabilmente il gasolio. Autotrasporto, distribuzione alimentare, agricoltura, pesca e molte piccole e medie imprese hanno costi energetici difficili da comprimere.
Un aumento persistente dei carburanti finirebbe quindi per arrivare anche sul prezzo degli alimentari e dei beni di largo consumo. Nelle regioni insulari e periferiche, dove le distanze logistiche sono maggiori, il problema può essere ancora più evidente.
La Commissione europea pubblica settimanalmente i prezzi dei carburanti nei diversi Stati membri; l’ultimo bollettino disponibile è del 10 settembre. Va però sottolineato che l’impennata più recente del petrolio potrebbe non essere ancora completamente incorporata nei prezzi alla pompa, perché il trasferimento dal mercato del greggio ai prodotti raffinati e poi ai distributori avviene con un certo ritardo.
Il vero pericolo è la durata della crisi
Un Brent sopra i 100 dollari per alcuni giorni può essere assorbito. Molto diversa sarebbe una permanenza del petrolio fra 100 e 120 dollari per diversi mesi.
In quel caso l’economia mondiale rischierebbe di trovarsi davanti a una combinazione particolarmente difficile: crescita debole e inflazione elevata, con le banche centrali costrette a mantenere politiche monetarie restrittive proprio mentre famiglie e imprese avrebbero bisogno di credito meno costoso.
È questo il passaggio decisivo della crisi mediorientale. Lo Stretto di Hormuz non riguarda soltanto le petroliere che attraversano il Golfo Persico. Da quei pochi chilometri di mare possono dipendere il prezzo di un pieno di gasolio in Italia, il costo del trasporto di un container verso Rotterdam, i prezzi sugli scaffali dei supermercati europei e perfino le prossime decisioni della BCE.
La guerra con l’Iran, dunque, non è più soltanto una crisi geopolitica. Sta diventando una delle principali variabili economiche mondiali del 2026. E per l’Europa la questione fondamentale non sarà soltanto quanto salirà ancora il petrolio, ma soprattutto per quanto tempo resterà così caro.
Posso seguire questo dossier e avvisarti se il Brent supera una nuova soglia critica o se cambia sostanzialmente la situazione nello Stretto di Hormuz.
