Emma Bonino, tra luci e ombre
Una vita nella politica e nei diritti civili. Il coraggio delle battaglie, il prestigio internazionale, ma anche scelte controverse che hanno diviso profondamente l’Italia
La morte di Emma Bonino chiude una delle più lunghe e riconoscibili esperienze politiche della storia repubblicana. Cinquant’anni di battaglie, provocazioni, incarichi istituzionali, campagne internazionali e prese di posizione che hanno suscitato entusiasmo, rispetto, opposizione e, talvolta, fortissime contestazioni.
Raccontarla soltanto come un’icona dei diritti civili sarebbe riduttivo. Ma sarebbe altrettanto ingiusto giudicarla esclusivamente attraverso le decisioni più controverse della sua storia politica.
Emma Bonino è stata, nel senso più pieno del termine, una personalità divisiva. E proprio per questo merita oggi di essere osservata nelle sue luci e nelle sue ombre.
Le luci: il coraggio di esporsi
La prima cosa che anche un avversario politico difficilmente potrebbe negarle è il coraggio personale.
Bonino non apparteneva alla categoria dei politici che affidano le proprie convinzioni esclusivamente ai comunicati stampa. Nella tradizione radicale di Marco Pannella trasformò spesso il proprio corpo e la propria libertà personale in strumenti di battaglia politica: manifestazioni, scioperi della fame, disobbedienza civile, iniziative condotte anche nei luoghi più difficili del mondo.
Fu protagonista delle campagne italiane sui diritti civili e sull’aborto e costruì successivamente una dimensione internazionale molto più ampia.
Il suo impegno riguardò la moratoria sulla pena di morte, la lotta contro le mutilazioni genitali femminili, la difesa delle donne afghane, l’azione contro la fame nel mondo e soprattutto la creazione di strumenti internazionali capaci di perseguire i responsabili dei crimini contro l’umanità.
Il Ministero degli Esteri ricorda il suo ruolo nelle campagne per i tribunali sui crimini commessi nell’ex Jugoslavia e in Ruanda, per l’istituzione della Corte penale internazionale e per la moratoria universale sulla pena di morte.
Sono pagine che appartengono non soltanto alla storia radicale, ma alla storia della politica estera e civile italiana.
Anche Sergio Mattarella, ricordandola dopo la morte, ha definito l’impegno contro la fame, contro la pena capitale e per il Tribunale penale internazionale «motivi di orgoglio per la Repubblica».
Una donna italiana con una dimensione internazionale
Bonino ebbe inoltre una caratteristica rara nella politica italiana: una reale proiezione internazionale.
Parlamentare italiana ed europea, commissaria europea, ministra per le Politiche europee e infine ministra degli Esteri, seppe muoversi tra Roma, Bruxelles e i grandi scenari della diplomazia internazionale.
Fu ministro degli Esteri nel governo Letta dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014.
Il suo europeismo non fu mai occasionale. Fu una convinzione profonda, quasi identitaria: l’idea che gli Stati nazionali europei dovessero progressivamente cedere quote di sovranità a una costruzione politica europea più forte.
Una posizione coerente, anche quando diventava impopolare.
Ed è proprio qui che dalle luci si comincia inevitabilmente a passare alle ombre.
Le ombre: quando la battaglia ideale incontra la realtà
Una personalità così fortemente ideologica non poteva non lasciare dietro di sé anche profonde fratture.
Le battaglie radicali sull’aborto, sulla bioetica, sulla famiglia e sul rapporto tra libertà individuale e principi etici furono considerate conquiste di civiltà da una parte dell’opinione pubblica, ma furono vissute da un’altra parte dell’Italia — soprattutto quella cattolica — come una rottura antropologica profonda.
Il giudizio dipende inevitabilmente dalla concezione dell’uomo, della vita e della società di ciascuno.
Ma esiste un altro terreno sul quale il giudizio può essere più propriamente politico: l’immigrazione.
Ed è probabilmente uno dei capitoli più controversi dell’eredità di Emma Bonino.
Nel luglio 2017 fu proprio lei a dichiarare pubblicamente che l’Italia aveva chiesto che il coordinamento delle operazioni nel Mediterraneo facesse capo a Roma e che gli sbarchi avvenissero in Italia, affermando sostanzialmente che il nostro Paese aveva contribuito alla situazione nella quale successivamente si era trovato. Le sue parole provocarono un durissimo scontro politico e arrivarono anche in Parlamento.
È necessario, tuttavia, fare una distinzione storica importante.
Bonino non era più ministro degli Esteri quando l’operazione Triton entrò in funzione nel novembre 2014: il governo Letta era terminato il 22 febbraio e alla Farnesina, con il governo Renzi, era arrivata Federica Mogherini. Attribuire quindi personalmente a Bonino la decisione operativa sarebbe storicamente inesatto.
Resta però la rilevanza politica delle sue dichiarazioni successive e soprattutto della visione che incarnava.
Bonino concepiva l’immigrazione principalmente attraverso le categorie dei diritti, della mobilità, dell’integrazione e della regolarizzazione.
I suoi critici hanno invece rimproverato a quella visione di avere sottovalutato la dimensione numerica dei flussi, la capacità reale di integrazione delle società europee, i problemi di sicurezza, i costi sociali e la trasformazione che migrazioni molto rapide possono produrre sui territori.
È probabilmente qui uno dei principali limiti del pensiero politico boniniano: la forza del principio rischiava qualche volta di prevalere sulla valutazione delle conseguenze.
L’europeismo come ideale e come limite
Un discorso analogo riguarda l’Europa.
Bonino vide nell’integrazione europea quasi sempre la soluzione e raramente il problema.
Per i suoi sostenitori fu lungimiranza.
Per i suoi critici fu invece l’espressione di una cultura politica fortemente sovranazionale e talvolta distante dalle paure e dalle difficoltà concrete delle comunità nazionali.
La stessa Emma Bonino non modificò sostanzialmente questa impostazione neppure quando, in molti Paesi europei, cominciarono a crescere movimenti di protesta contro Bruxelles, l’immigrazione e la perdita di sovranità nazionale.
Fu coerente fino alla fine.
Ma la coerenza non rende automaticamente giusta ogni scelta.
Una grande protagonista, non un mito intoccabile
Questo dovrebbe essere forse il punto dal quale partire oggi.
La morte tende inevitabilmente ad addolcire i giudizi. È umano ed è giusto che il momento del lutto imponga rispetto.
Ma il rispetto non richiede la cancellazione della storia.
Emma Bonino non ha bisogno di essere trasformata in una figura senza ombre per essere riconosciuta come una delle personalità più importanti della politica italiana degli ultimi cinquant’anni.
Fu coraggiosa.
Fu coerente.
Portò l’Italia dentro grandi battaglie internazionali.
Difese persone prive di voce e affrontò regimi e situazioni nelle quali sarebbe stato molto più semplice restare a casa.
Ma sostenne anche idee e politiche che una parte rilevante del Paese considera ancora oggi profondamente sbagliate.
E alcune di quelle scelte meritano di essere discusse alla luce delle conseguenze che hanno prodotto o contribuito a produrre.
È significativo che, nel momento della morte, persino Giorgia Meloni abbia ricordato questa duplice realtà: storie e sensibilità politiche lontane, ma insieme il riconoscimento del peso avuto da Bonino nella vita pubblica nazionale.
Forse è questo il giudizio più corretto.
Non la santificazione.
Non la demonizzazione.
Ma il riconoscimento di una donna che ha attraversato mezzo secolo di storia italiana senza essere quasi mai neutrale, senza scegliere quasi mai la strada più comoda e senza avere paura di dividere.
Emma Bonino appartiene ormai alla storia. E la storia, diversamente dalla commemorazione, ha il dovere di conservare insieme le luci e le ombre.
