Dalla tratta atlantica al caporalato moderno: continuità e trasformazioni dello sfruttamento del lavoro
Un intervista a Dasililla Oliveira Pecorella per analizzare differenze ed analogie tra il caporalato moderno e l’ antica tratta degli schiavi
Lo sfruttamento del lavoro attraversa i secoli assumendo configurazioni diverse, ma conservando una medesima logica: l’utilizzo della vulnerabilità umana come leva per la massimizzazione del profitto. Tra il XVI e il XIX secolo la tratta atlantica degli schiavi rappresentò un sistema legale e strutturale dell’economia coloniale; oggi, fenomeni come il caporalato costituiscono una forma moderna e illegale di sfruttamento lavorativo. Mettere in dialogo queste due realtà consente di cogliere non solo le differenze storiche e giuridiche, ma anche le continuità economiche e sociali che le attraversano.
Le riflessioni e le informazioni che seguono ci sono fornite da Dasililla Oliveira Pecorella, studiosa e analista dei fenomeni di sfruttamento lavorativo e delle dinamiche storico-sociali connesse alla tratta di esseri umani. Attraverso il suo contributo emerge un quadro interpretativo che mette in relazione passato e presente, mostrando come le trasformazioni giuridiche ed economiche non abbiano eliminato le radici profonde dello sfruttamento, ma ne abbiano piuttosto modificato le forme.

Il caporalato è una forma di intermediazione illecita della manodopera. Un soggetto, detto “caporale”, recluta lavoratori – spesso migranti o persone in stato di bisogno – per conto di imprenditori che intendono ridurre il costo del lavoro. Il reclutamento avviene al di fuori dei canali legali e comporta condizioni di sfruttamento.
In Italia, il fenomeno è disciplinato dall’articolo 603-bis del Codice Penale, introdotto nel 2011 e rafforzato dalla legge n. 199 del 2016. La norma punisce sia chi recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro in condizioni di sfruttamento, sia chi utilizza o impiega lavoratori approfittando del loro stato di bisogno. Gli indici di sfruttamento previsti dalla legge includono retribuzioni palesemente inferiori ai contratti collettivi, violazioni sistematiche degli orari di lavoro e dei riposi, condizioni di lavoro degradanti, violazioni delle norme di sicurezza e l’uso di intimidazioni o minacce. Le pene possono arrivare fino a otto anni di reclusione, con aggravanti in presenza di minori o violenza. Il reato colpisce non solo il caporale, ma anche l’imprenditore che trae vantaggio dallo sfruttamento.
Tra il XVI e il XIX secolo, milioni di africani furono deportati nelle Americhe attraverso la cosiddetta tratta atlantica. A differenza del caporalato moderno, la schiavitù era un’istituzione legale: lo schiavo era considerato proprietà del padrone, privo di diritti civili e giuridici. La tratta costituiva uno dei pilastri del commercio triangolare: dall’Europa partivano manufatti verso l’Africa, dall’Africa schiavi verso le Americhe, e dalle Americhe prodotti coloniali – come zucchero, cotone e tabacco – verso l’Europa.
La principale differenza rispetto al caporalato risiede nello status giuridico: oggi il lavoratore sfruttato è formalmente libero e titolare di diritti, anche se spesso non riesce a esercitarli; nella tratta atlantica, invece, la persona era legalmente ridotta a merce. Tuttavia, entrambi i fenomeni condividono un elemento strutturale: l’asimmetria di potere e l’approfittamento di una condizione di vulnerabilità.
Il caporalato si manifesta soprattutto in settori come l’agricoltura, l’edilizia e la logistica. In particolare, l’agricoltura intensiva rappresenta un contesto favorevole alla diffusione dello sfruttamento. Tra le principali cause economiche vi sono la forte competizione sui prezzi nella grande distribuzione, la pressione alla riduzione dei costi di produzione, la frammentazione della filiera e la presenza di economia sommersa. Sul piano sociale incidono l’immigrazione irregolare o precaria, la mancanza di alternative lavorative, l’isolamento linguistico e sociale dei lavoratori stranieri, l’insufficienza dei controlli ispettivi e, in alcuni casi, l’infiltrazione della criminalità organizzata. Il fenomeno prospera quando coesistono domanda di lavoro a basso costo, disponibilità di manodopera vulnerabile e debolezza dei controlli.
La tratta degli schiavi ebbe un ruolo decisivo nello sviluppo economico di paesi come gli Stati Uniti e delle colonie europee nei Caraibi e in America Latina. Nel Sud degli Stati Uniti, l’economia delle piantagioni di cotone dipendeva quasi interamente dal lavoro schiavile. I profitti generati da questo sistema alimentarono non solo la crescita delle colonie americane, ma anche l’accumulazione di capitale in Europa, contribuendo allo sviluppo dell’industria tessile e del capitalismo moderno.
Sul piano sociale, la schiavitù lasciò un’eredità profonda: la costruzione di sistemi razziali gerarchici, la segregazione e la discriminazione istituzionalizzata, tensioni che sfociarono nella Guerra civile americana (1861–1865) e persistenti disuguaglianze economiche e sociali. La schiavitù non fu soltanto un fenomeno economico, ma un elemento strutturale che plasmò identità, relazioni sociali e assetti politici.
Oggi la comunità internazionale dispone di numerosi strumenti giuridici per contrastare lo sfruttamento lavorativo e la tratta di esseri umani. In Italia, oltre all’articolo 603-bis del Codice Penale e alla legge 199/2016, sono previsti la confisca dei beni, la responsabilità amministrativa delle imprese e misure di protezione per le vittime, tra cui permessi di soggiorno speciali.
A livello internazionale, le Nazioni Unite hanno adottato il Protocollo di Palermo, che integra la Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale e fornisce una definizione condivisa di tratta di persone. Anche l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha promosso convenzioni fondamentali contro il lavoro forzato, impegnando gli Stati membri a prevenirlo e sanzionarlo. Nonostante il quadro normativo sia oggi molto più articolato rispetto al passato, lo sfruttamento lavorativo non è scomparso. Le leggi rappresentano uno strumento essenziale, ma devono essere accompagnate da controlli efficaci, politiche sociali inclusive e responsabilità economica lungo le filiere produttive.
Il confronto tra caporalato moderno e tratta atlantica degli schiavi mostra come le forme di sfruttamento cambino nel tempo, adattandosi ai contesti economici e giuridici. Se la schiavitù era un sistema legale che negava radicalmente la dignità umana, il caporalato opera nell’illegalità ma continua a sfruttare vulnerabilità economiche e sociali. Come evidenzia Dasililla Oliveira Pecorella nella sua analisi, la storia dimostra che lo sviluppo economico può poggiare su profonde ingiustizie; la sfida contemporanea consiste nel conciliare competitività e tutela dei diritti, affinché il lavoro non diventi strumento di oppressione, ma fondamento di dignità e libertà.
Dasililla Oliveira Pecorella ci spiega come da anni nelle fazende della sua famiglia in Brasile (dove si contivano il cacao e il caffè) il contrasto al caporalato, e’ avvenuto a fronte di una migliore condizione di vita della classe operaia che ancora oggi e’ di origine africana discendente da quelle popolazione portate dai portoghesi nel sud della Bahia. La lotta all’ oppressione si combatte con la dignità e libertà.
