Approfondimento

Il caso del bus di Cortina e lo specchio della nostra società

FONDAZIONE MATTIA – Analisi “a freddo” dopo che un bambino è stato lasciato a piedi nella neve dall’autista.

La Fondazione Mattia di Patti riflette e vuol far riflettere dopo quanto successo a Cortina alla vigilia delle Olimpiadi della neve. Manifestazione oltre che di sport anche di pace tra i popoli. Questa vicenda mette in luce delle emergenze sociali dice Giuseppe Gidddio, responsabile della Fondazione: La scomparsa della discrezionalità etica nei ruoli di servizio; La fragilità educativa del senso di responsabilità verso i minori; La deriva del giudizio collettivo dove quello online sostituisce la giustizia con la gogna, ma anche il ruolo dei media\social che diventano a volte i primi divulgatori della “notizia”.

Un bambino di undici anni fatto scendere dall’autobus perché privo del cosiddetto “biglietto olimpico”, costretto a camminare per chilometri al freddo e al buio, con temperature sotto zero.

È il fatto avvenuto in provincia di Belluno, sulla linea verso Cortina, che in pochi giorni ha scosso l’opinione pubblica nazionale e acceso un dibattito che va ben oltre la singola responsabilità individuale.

È una storia che parla di regole, certo — ma soprattutto di coscienza, responsabilità adulta e valori collettivi.

Secondo l denuncia della famiglia, il ragazzo — studente di prima media — sarebbe stato invitato a scendere dal mezzo perché in possesso di un carnet ordinario non più valido dopo l’introduzione delle tariffe speciali legate al periodo olimpico, con costi saliti fino a 10 euro rispetto ai due iniziali.

Il bambino avrebbe poi percorso a piedi diversi chilometri, sotto la neve, rientrando a casa in condizioni fisiche critiche, con principio di ipotermia certificato.

La famiglia ha presentato querela. L’azienda di trasporto ha chiesto scusa e il conducente è stato sospeso in via cautelativa, mentre sono state acquisite le immagini di videosorveglianza per chiarire la dinamica.

Non siamo qui per raccontare le versioni dei fatti che non coincidono del tutto: l’autista sostiene che il ragazzo sarebbe sceso di sua iniziativa dopo l’indicazione sul titolo di viaggio non valido; la famiglia riferisce invece che gli sarebbe stato detto di scendere e “andare a piedi”. La madre ha dichiarato pubblicamente che accetterà scuse sincere, aprendo a un incontro chiarificatore. L’autista, travolto anche da una valanga di insulti sui social, si è detto profondamente colpito e dispiaciuto.

Ma la verità giudiziaria — che seguirà il suo corso — non esaurisce la verità sociale – dice Giuseppe Gifddio della Fondazione Mattia.

Qui non siamo solo davanti a un contenzioso su un biglietto. Siamo davanti a una domanda più grande: che cosa succede quando la regola supera l’umanità?

Un adulto, investito di un ruolo di responsabilità pubblica, si trova davanti un minore. Anche ammesso — e sarà accertato — che il titolo di viaggio non fosse valido, davvero la risposta proporzionata è lasciare un bambino a terra, in un territorio montano, d’inverno, senza verificare alternative, senza attivare tutele, senza una chiamata, senza una soluzione di buon senso?

Le norme servono.

Ma la civiltà nasce quando la norma incontra il discernimento.

Come Associazione Fondazione Mattia, il primo pensiero va al ragazzo: alla sua paura, alla sua solitudine, allo shock di sentirsi respinto da un adulto in divisa di servizio. Un’esperienza che lascia segni, anche quando — come in questo caso — arriva poi una “rivincita simbolica” con l’invito – da parte del Presidente del Coni – a partecipare a un evento olimpico e una grande ondata di solidarietà.

Il secondo pensiero va però anche alla fragilità dell’uomo adulto coinvolto.

Non per assolvere, ma per capire. Perché un comportamento rigido fino al punto di perdere di vista la persona? Stress? Pressioni? Cultura aziendale iper-procedurale? Disabitudine al contatto umano diretto? La società della performance ha spesso sostituito la società della relazione.

Non è (solo) una questione di soldi. È una questione di gerarchia dei valori. Sottolineano dalla Fondazione sociale pattese.

Un tempo — non idealizziamo, ma ricordiamolo — esisteva una regola non scritta: davanti a un minore, la tutela viene prima di tutto.

Prima del regolamento, prima della tariffa, prima della sanzione. Oggi invece vediamo crescere una cultura del “non è compito mio”, del “protocollo dice così”, del “io applico la regola”. È la burocratizzazione del comportamento umano.

Per questo noi della Fondazione Mattia voglia essere qui, nel nostro piccolo agire, a difesa dei minori, a tutela dei diritti della famiglia, In Italia e ovunque c’è un bambino a rischio.

E poi c’è il lato oscuro speculare: la folla digitale e l’analisi della “forza” del web.

 In poche ore l’autista è stato sommerso da insulti, attacchi personali, odio. Anche questo è un segnale malato: chiedere responsabilità è giusto, disumanizzare no. Se difendiamo i valori umani, dobbiamo farlo per tutti — anche per chi sbaglia.

Questa vicenda mette in luce tre emergenze sociali:

1.     La scomparsa della discrezionalità etica nei ruoli di servizio

2.     La fragilità educativa del senso di responsabilità verso i minori

3.     La deriva del giudizio collettivo online, che sostituisce la giustizia con la gogna. Ma su questo la Fondazione aggiunge “non bisogna demonizzare il web, va preso a piccole dosi, senza i social forse l’accaduto non sarebbe divenuto cronaca”.

Le conclusioni dell’analisi della Fondazione Mattia di Patti spettano a Barbara, la mamma di Mattia, il bimbo al quale è stata dedicata la Fondazione.

“Ripartire dai valori familiari e umani non è uno slogan: significa rimettere al centro la persona concreta davanti a noi. Un bambino non è un passeggero qualunque. È una priorità morale.

Le Olimpiadi parlano di spirito, di comunità, di rispetto. Se davvero vogliamo esserne all’altezza, dobbiamo dimostrarlo nei gesti quotidiani — non solo nelle cerimonie di apertu

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