Inchiesta

Nebrodi 2, dentro il sistema dei fondi agricoli: dalla terra ai milioni dell’Unione Europea


Il secondo maxiprocesso ricostruisce un sistema sviluppatosi per anni attorno a terreni, titoli AGEA e contributi PAC. Alle spalle ci sono il Protocollo Antoci, l’operazione Nebrodi del 2020 e le 50 condanne definitive del primo processo. Ora il Tribunale di Patti ha inflitto 325 anni di carcere a 45 imputati, ma la sentenza è di primo grado.


Per capire Nebrodi 2 bisogna partire da una caratteristica apparentemente semplice della politica agricola europea: la terra ha un valore non soltanto produttivo, ma anche finanziario, perché la disponibilità di superfici agricole e dei relativi titoli può consentire, in presenza dei requisiti previsti, l’accesso agli aiuti della Politica agricola comune.
È proprio su questo punto che le organizzazioni criminali avrebbero individuato, secondo le ricostruzioni investigative sviluppatesi negli anni, una possibilità estremamente redditizia: ottenere il controllo, reale o soltanto documentale, di grandi superfici e utilizzarlo per intercettare contributi pubblici.
La definizione giornalistica di “mafia dei pascoli” può essere fuorviante se fa pensare a un’organizzazione criminale nuova e autonoma. Il fenomeno riguarda piuttosto organizzazioni già radicate sul territorio che avrebbero applicato i tradizionali strumenti della criminalità mafiosa alle opportunità economiche offerte dall’agricoltura e dai finanziamenti pubblici.
Il meccanismo investigato partiva quindi dalla terra. Terreni demaniali, comunali o appartenenti ad altri enti potevano assumere un valore economico molto superiore a quello del semplice pascolo perché consentivano di accedere ai contributi agricoli.
Da qui l’interesse ad aggiudicarsi grandi estensioni, direttamente oppure attraverso società e soggetti formalmente distinti. Ed è qui che emerge uno degli elementi più interessanti dell’intera vicenda: non era necessariamente indispensabile produrre grandi quantità di prodotti agricoli per ricavare denaro dalla terra. La disponibilità giuridica della superficie poteva essere essa stessa economicamente preziosa.
Le indagini hanno ricostruito negli anni modalità diverse attraverso cui sarebbe stata dimostrata la disponibilità delle superfici. In alcuni casi le contestazioni hanno riguardato terreni ottenuti mediante documentazione ritenuta falsa o irregolare; in altri, terreni pubblici; in altri ancora, terreni sui quali sarebbero state esercitate pressioni sui legittimi utilizzatori.
Il risultato economico poteva essere considerevole: una superficie agricola scarsamente redditizia dal punto di vista della produzione poteva acquistare tutt’altro valore una volta collegata ai contributi PAC. È questa trasformazione della terra in rendita pubblica che aiuta a comprendere l’interesse criminale.
C’era poi un problema normativo particolarmente importante. Nella disciplina allora vigente, sotto determinate soglie economiche non scattavano automaticamente gli stessi controlli antimafia previsti per operazioni di maggiore entità. La precedente soglia dei 150.000 euro rappresentava una delle vulnerabilità del sistema.
Questo significava che il sistema dei controlli pensato per impedire alla mafia di accedere agli appalti e al denaro pubblico non era stato originariamente costruito tenendo pienamente conto delle peculiarità dei finanziamenti agricoli.
Nel marzo 2015, durante la presidenza di Giuseppe Antoci al Parco dei Nebrodi, venne introdotto con la Prefettura di Messina un sistema più stringente di verifiche antimafia per le concessioni dei terreni.
L’idea fondamentale era semplice: il controllo antimafia doveva riguardare l’accesso ai terreni collegati ai contributi agricoli indipendentemente dal valore complessivo della concessione.
Il modello dei Nebrodi fu successivamente recepito nella legislazione nazionale con la riforma del Codice antimafia del 2017. La normativa rafforzò l’obbligatorietà della documentazione antimafia nelle concessioni di terreni agricoli e zootecnici demaniali rientranti nei regimi PAC e sui terreni che usufruiscono di fondi europei.
Le indagini proseguirono e il 15 gennaio 2020 arrivò la grande operazione “Nebrodi”.
Furono eseguite 94 misure cautelari e sequestrate numerose imprese, conti e rapporti finanziari. L’accusa ricostruì un sistema che avrebbe consentito di intercettare oltre 10 milioni di euro di contributi europei a partire dal 2012.
Quel procedimento è particolarmente importante oggi perché non è più soltanto un’ipotesi investigativa. Il primo maxiprocesso Nebrodi è arrivato fino alla Cassazione, che nel 2026 ha confermato 50 condanne, pur con numerosi capi estinti per prescrizione.
Abbiamo quindi due piani diversi da tenere rigorosamente separati: Nebrodi 1, con 50 condanne ormai definitive, e Nebrodi 2, con la sentenza di primo grado pronunciata nel settembre 2026.
Quattro anni dopo il primo blitz, il 6 febbraio 2024, scatta infatti la seconda grande operazione.
Gli investigatori individuano 349 titoli AGEA definiti “tossici”, cioè titoli che, secondo l’accusa, sarebbero stati acquisiti fraudolentemente e successivamente ceduti più volte.
Furono inoltre sequestrate somme superiori a 750.000 euro, riferite alle contestate truffe sulle campagne agricole 2015-2020.
La cessione ripetuta dei titoli è un aspetto importante perché, secondo la ricostruzione investigativa, poteva rendere più complesso ricostruirne la provenienza. È quasi una sorta di circolazione del valore agricolo: non soltanto il terreno, dunque, ma il diritto collegato al contributo diventa qualcosa che può essere trasferito.
Nebrodi 2, tuttavia, non riguarda soltanto i fondi europei.
Nel processo sono confluite contestazioni relative, a vario titolo e a seconda delle singole posizioni, ad associazione mafiosa, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, estorsione e traffico di stupefacenti.
Secondo l’impostazione della DDA, al centro vi erano articolazioni riconducibili alla cosiddetta famiglia tortoriciana, in particolare i gruppi Bontempo Scavo e Batanesi.
L’accusa ha descritto un’organizzazione capace di muoversi contemporaneamente su più terreni criminali: patrimonio, attività economiche, fondi agricoli, estorsioni e stupefacenti.
Ed è forse questa la chiave più utile per leggere l’intera vicenda. Non una “mafia agricola” separata dalle altre attività, ma — secondo la prospettazione investigativa — un’organizzazione territoriale capace di adattare le proprie modalità operative alle occasioni economiche disponibili.
C’è poi un altro versante che rischia di scomparire dietro i grandi numeri delle condanne: quello delle persone che operavano realmente nel territorio.
Nel processo si sono costituiti parte civile anche otto imprenditori di Montalbano Elicona che, secondo l’accusa, sarebbero stati sottoposti per anni a vessazioni. Nell’inchiesta erano inoltre contestati episodi estorsivi finalizzati, secondo l’accusa, anche all’accaparramento di terreni agricoli destinati al pascolo.
Questo permette di comprendere l’effetto economico più profondo del sistema: se un operatore criminale riesce ad acquisire terreni e contributi attraverso intimidazioni, prestanome o documentazione fraudolenta, non sottrae soltanto denaro pubblico. Altera anche la concorrenza.
L’agricoltore autentico deve sostenere i costi dell’impresa, allevare, coltivare, investire e rispettare le norme. Chi ottiene illegalmente le stesse risorse pubbliche dispone invece di un vantaggio economico che può essere reinvestito.
Il 18 settembre 2026 il Tribunale di Patti ha pronunciato 45 condanne, per complessivi circa 325 anni di reclusione. L’accusa aveva chiesto 48 condanne per circa 460 anni. La pena più elevata inflitta è stata di 23 anni. Sono state inoltre disposte sanzioni nei confronti di società agricole e confische di imprese.
Il Tribunale, tuttavia, non ha accolto indistintamente tutte le contestazioni dell’accusa. Ci sono state assoluzioni totali e parziali, prescrizioni e l’aggravante mafiosa non è stata riconosciuta indiscriminatamente per tutti i reati e tutti gli imputati.
Soprattutto, quella pronunciata a Patti è una sentenza di primo grado e quindi non definitiva.
Il Tribunale ha fissato in 90 giorni il termine per il deposito delle motivazioni. Soltanto attraverso la loro lettura sarà possibile stabilire precisamente quali parti della ricostruzione della DDA siano state accolte dal collegio e quali siano state invece respinte o ridimensionate.
Mettendo insieme oltre un decennio di vicende, emerge dunque una sequenza che consente di comprendere il funzionamento generale del fenomeno: controllo o disponibilità dei terreni, accesso ai titoli e ai contributi PAC, utilizzo di società e soggetti formalmente titolari, percezione delle erogazioni AGEA, trasferimento o circolazione dei titoli e conseguente accumulazione di risorse economiche.
Quando a questa struttura economica, secondo le contestazioni accolte o ancora da verificare definitivamente nei diversi procedimenti, si aggiungono intimidazione, estorsione e controllo mafioso del territorio, il fenomeno assume una dimensione ben diversa dalla semplice frode comunitaria.
È probabilmente questo il significato più profondo delle inchieste Nebrodi: aver mostrato come una criminalità tradizionalmente legata alla terra possa trasformarsi in una criminalità economica capace di sfruttare procedure amministrative, società, diritti PAC e meccanismi finanziari europei.
La terra, in questa vicenda, non rappresenta dunque soltanto il luogo nel quale esercitare un controllo territoriale. Diventa un asset economico, capace di generare denaro pubblico. Ed è proprio nell’incontro tra il tradizionale controllo mafioso del territorio e i moderni strumenti della finanza agricola europea che si trova una delle chiavi per comprendere l’intera inchiesta Nebrodi.

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