Incendi, la vera emergenza è l’abbandono delle campagne
di Placido Salamone
Ogni estate la Sicilia si ritrova a fare i conti con un copione ormai tristemente noto: boschi in fiamme, campagne devastate, uomini e donne impegnati senza sosta nello spegnimento degli incendi, milioni di euro spesi in mezzi, elicotteri, Canadair e interventi di emergenza. Ma, puntualmente, ci si limita a combattere gli effetti senza affrontare la causa principale.
La vera emergenza non è soltanto il fuoco. È l’abbandono del territorio.
Per secoli le campagne siciliane sono state presidiate da agricoltori e pastori. Il loro lavoro non produceva soltanto cibo, latte, formaggi, olio o grano. Produceva sicurezza. Ogni pascolo utilizzato, ogni terreno coltivato, ogni sentiero percorso quotidianamente rappresentava una forma di manutenzione del territorio. Gli animali eliminavano gran parte della vegetazione spontanea, i campi venivano ripuliti, le strade rurali rimanevano percorribili e qualsiasi principio d’incendio poteva essere individuato e segnalato in tempi rapidi.
Oggi tutto questo sta lentamente scomparendo.
La crisi della pastorizia e dell’agricoltura, aggravata da costi di produzione sempre più elevati, prezzi spesso insufficienti a garantire un reddito dignitoso e da un eccesso di burocrazia, ha provocato l’abbandono di migliaia di ettari di territorio. Dove prima c’erano aziende agricole vive, oggi cresce una vegetazione incontrollata che, durante le estati sempre più calde e siccitose, diventa il combustibile ideale per incendi devastanti.
È allora inevitabile porsi una domanda.
Quanto costa ogni anno allo Stato mantenere un enorme apparato di emergenza fatto di mezzi aerei, squadre antincendio, interventi straordinari, risarcimenti e ricostruzioni? E quanto costerebbe, invece, investire stabilmente negli agricoltori e negli allevatori che ogni giorno custodiscono il territorio con il proprio lavoro?
Sostenere chi vive nelle aree interne non significa distribuire assistenza. Significa riconoscere un servizio pubblico essenziale. L’agricoltore e il pastore non sono soltanto imprenditori: sono i primi custodi del paesaggio, della biodiversità e della sicurezza ambientale. La loro presenza rappresenta una rete di controllo diffusa che nessun sistema di sorveglianza potrà mai sostituire completamente.
L’abbandono delle campagne produce anche un altro effetto, forse ancora più preoccupante. Quando un territorio si svuota di persone, di imprese e di presidi sociali, diventa più fragile e vulnerabile a ogni forma di illegalità. Le aree isolate possono trasformarsi più facilmente in luoghi dove interessi criminali trovano spazio per condizionare l’economia, appropriarsi di risorse pubbliche o esercitare pressioni sulle attività produttive. Per questo contrastare lo spopolamento rurale significa anche rafforzare la legalità.
La politica dovrebbe avere il coraggio di cambiare prospettiva. Non basta intervenire quando il fuoco è già divampato. Occorre investire nella prevenzione, rilanciare la pastorizia, sostenere le aziende agricole, valorizzare il pascolo come strumento di manutenzione ambientale e rendere conveniente vivere e lavorare nelle campagne.
Ogni azienda agricola che chiude rappresenta un pezzo di territorio che perde un custode. Ogni giovane che rinuncia a fare il pastore o l’agricoltore lascia dietro di sé un vuoto che nessun Canadair potrà colmare.
La sicurezza della Sicilia non si costruisce soltanto con i mezzi antincendio. Si costruisce, soprattutto, restituendo dignità economica a chi ogni giorno vive, lavora e protegge la nostra terra.
