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Trump, il consenso si restringe: l’America presenta il conto alla Casa Bianca

La sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato apre una fase difficile per il presidente. L’economia cresce, ma il costo della vita, la guerra con l’Iran e la perdita di fiducia indeboliscono la sua leadership.

Aggiornato al 4 novembre 2026

Il voto cambia gli equilibri di Washington

Donald Trump affronta un passaggio delicato della sua seconda presidenza. Secondo le attribuzioni dell’Associated Press, le elezioni di metà mandato del 3 novembre hanno consegnato ai democratici la maggioranza alla Camera e al Senato. Alcune competizioni restano aperte e la certificazione ufficiale seguirà il proprio percorso, ma il quadro politico indica già un cambiamento significativo. Dal prossimo gennaio, la Casa Bianca dovrà confrontarsi con un Congresso a maggioranza avversaria, capace di ostacolare provvedimenti, respingere nomine e rafforzare il controllo sull’amministrazione.

Il risultato pone un interrogativo sul futuro della presidenza: quanto spazio rimane per ampliare il consenso oltre il nucleo dei sostenitori più fedeli?

I sondaggi misurano la perdita di fiducia

L’ultima rilevazione Reuters/Ipsos, condotta dal 29 ottobre al 2 novembre su 1.765 adulti, registra un’approvazione dell’operato presidenziale del 32%, con un margine di errore di circa 2,4 punti percentuali. Il sondaggio Pew realizzato tra il 28 settembre e il 4 ottobre indicava il 30% di approvazione e il 68% di disapprovazione. Le differenze di periodo e metodologia impediscono di interpretare automaticamente questi numeri come una ripresa. Entrambe le indagini descrivono una fiducia nazionale debole.

Questi dati misurano il giudizio sull’attività del presidente: non rappresentano direttamente le intenzioni di voto e non coincidono con il risultato delle elezioni congressuali. La loro convergenza rende però evidente la difficoltà politica della Casa Bianca.

Una base ancora consistente, ma meno compatta

Trump conserva un sostegno importante fra coloro che lo hanno riportato alla presidenza. Secondo Pew, il 67% dei suoi elettori del 2024 approva ancora il suo operato. All’inizio del mandato la percentuale raggiungeva il 95%; oggi il 31% di quello stesso elettorato esprime disapprovazione. L’erosione risulta particolarmente marcata fra i giovani e gli ispanici che lo avevano sostenuto.

È qui che emerge una delle maggiori vulnerabilità della leadership trumpiana: mantenere la fedeltà della maggioranza dei propri elettori può non bastare quando si perde la fiducia delle componenti che avevano allargato la coalizione vincente.

La crescita economica offre un argomento alla presidenza

Il bilancio presenta anche elementi favorevoli. Secondo la prima stima del Bureau of Economic Analysis, nel terzo trimestre del 2026 il PIL reale statunitense è cresciuto del 3,4% su base annualizzata, dopo il 2,2% del trimestre precedente. L’aumento corrisponde a circa lo 0,8% rispetto al trimestre precedente ed è sostenuto anche da investimenti e consumi.

La tenuta dell’economia offre quindi alla Casa Bianca un argomento concreto. Sarebbe tuttavia improprio attribuire automaticamente alla sola azione presidenziale l’intero risultato: la crescita riflette molteplici fattori e non descrive, da sola, la situazione economica di ogni famiglia.

Il costo della vita oscura i risultati

Proprio nella distanza fra andamento generale dell’economia e bilancio domestico si concentra una parte del malcontento. Nel sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato il 9 ottobre, il 57% dei repubblicani dichiarava che il costo della vita aumentava più rapidamente delle proprie entrate. Il 78% degli intervistati attribuiva almeno una parte della responsabilità dei rincari alla Casa Bianca. Si tratta della percezione dei cittadini, non di una dimostrazione del peso delle singole politiche sui prezzi.

Il suo significato politico è però chiaro: per chi fatica a sostenere le spese quotidiane, la crescita del PIL può apparire distante. La promessa di migliorare le condizioni materiali delle famiglie diventa così il metro con cui viene giudicato il presidente.

Guerra e immigrazione: due fronti diversi

La guerra con l’Iran rappresenta un ulteriore fattore di difficoltà. Nell’indagine Pew di inizio ottobre, soltanto un terzo degli americani approvava la gestione del conflitto e il 77% prevedeva che sarebbe continuato per almeno altri sei mesi. Un coinvolgimento prolungato rischia di approfondire la distanza fra le aspettative di stabilità e la realtà internazionale.

Sull’immigrazione Trump mantiene una forza relativa: il 41% degli americani esprime fiducia nelle sue decisioni, percentuale che sale al 77% fra repubblicani e indipendenti vicini al partito. Il tema continua dunque a consolidare il rapporto con il suo campo politico, pur senza garantirgli una fiducia maggioritaria nel Paese.

La scelta che attende Trump

La nuova fase richiederà alla presidenza di misurarsi con limiti parlamentari più stringenti e con un elettorato meno disponibile a concedere fiducia. La crescita economica e il sostegno ancora consistente dei suoi elettori offrono risorse politiche; il malcontento sui prezzi e l’erosione della coalizione ne restringono l’efficacia.

La scelta sarà fra cercare accordi capaci di recuperare gli indipendenti e insistere sulla mobilitazione dei sostenitori più fedeli. La possibilità di ricostruire consenso dipenderà soprattutto dai risultati percepibili nella vita quotidiana: potere d’acquisto, sicurezza e prospettive di stabilità.

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