Quattro governatori della Sicilia indagati per la frana di Niscemi, anche Musumeci
Sedici anni di inerzia, di opere non realizzate, di soldi, tanti soldi, mai spesi, di contratti non rispettati. E’ desolante la fotografia scattata dai pm di Gela che, dopo la frana di gennaio che ha messo in ginocchio Niscemi, indagano per disastro colposo. Tutti erano a conoscenza da almeno 13 anni, dal primo grosso evento franoso del ’97 cioè, che sarebbe stata solo questione di tempo e che la collina su cui il centro storico è costruito sarebbe a poco a poco venuta giù. Ma nessuno ha fatto nulla per evitarlo.
Una accusa grave che il pool di magistrati coordinato dal procuratore Salvatore Vella contesta a 13 persone: i quattro governatori dell’isola dal 2010 ad oggi – Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci ora ministro della Protezione civile e Renato Schifani, attualmente in carica – i vertici della Protezione civile regionale degli ultimi 16 anni, una serie di burocrati della Regione e la legale rappresentante dell’Ati che si aggiudicò la gara per la realizzazione degli interventi che avrebbero dovuto impedire nuovi eventi franosi o ridurne le conseguenze e che invece i lavori non li iniziò neppure. “Ripongo massima fiducia nel lavoro della magistratura, convinto che accerterà i fatti in tempi brevi. Affronto questa situazione con tranquillità, consapevole di aver sempre operato con correttezza e senso delle istituzioni”, ha commentato Schifani. Sulla stessa linea Lombardo, mentre Crocetta, in una nota, ha fatto sapere che nei suoi cinque anni a Palazzo d’Orleans nessuno l’avrebbe informato della situazione a Niscemi. “Inoltre la delega alla protezione civile all’epoca era nelle mani di un assessore della mia giunta. Se non si è a conoscenza di un fatto come è possibile essere ritenuto omissivo?” si è chiesto. Musumeci che all’indomani della frana aveva denunciato “storiche inefficienze”, parla di atto dovuto della magistratura.
“Vado avanti – ha detto – a testa alta”. Nel corso di un incontro con i giornalisti organizzato per illustrare gli sviluppi di una inchiesta che ha un innegabile interesse pubblico, il capo dei pm ha spiegato la cornice in cui si è sviluppata e si svilupperà l’attività investigativa che si svolge in tre step. Il primo, a cui hanno contribuito i consulenti della Procura (Vella ha rimarcato l’importanza del lavoro di squadra svolto con la polizia e i tecnici), ha riguardato la mancata realizzazione delle opere che, appunto, avrebbero potuto impedire l’evento o ridurne le conseguenze e il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio. Il periodo preso in esame è quello che va dal 2010 al 2026, cioè dalla risoluzione del contratto con l’Ati che, dopo essersi aggiudicata la gara e a progetto esecutivo approvato, avrebbe dovuto realizzare interventi per 12 mln di euro, al disastro di gennaio. Il contratto con l’Ati fu sottoscritto nel 2009. Nel 2010 si arrivò alla sua risoluzione per gravi ritardi. Seguì , nel 2013, un tentativo di transazione (anomalo vista la risoluzione dichiarata) e un’ancor più anomala conferma della risoluzione nel 2016. E poi più nulla. Risultato: delle opere non c’è traccia e i soldi sono ancora nelle casse della Regione.
La seconda fase dell’indagine riguarderà i mancati interventi sulla raccolta e la regimentazione delle acque bianche e nere che fin da subito sono state individuate come causa dell’innesco del fronte di frana. Questo capitolo dovrebbe scandagliare eventuali responsabilità del Comune e gli enti gestori del servizio idrico. Il terzo ambito su cui si concentreranno le attenzioni dei magistrati ha ad oggetto la zona rossa, sia quella interessata dall’evento del ’97 che le aree prossime al ciglio della frana già individuate come a rischio molto elevato nella relazione della commissione tecnica nominata con ordinanza della Presidenza del Consiglio. Perchè non sono stati realizzati gli sgomberi e le demolizioni previste? E ancora: sono state autorizzate opere che non dovevano essere autorizzate? Domande a cui la Procura cercherà di rispondere nei prossimi mesi.
