Israele al bivio: la sicurezza dello Stato, la sfida della verità e la necessità di una nuova stagione politica
di Placido Salamone
Il futuro governo israeliano sarà chiamato a conciliare la lotta al terrorismo di Hamas con il rilancio delle relazioni internazionali. Dopo gli anni di Netanyahu, si apre il dibattito sulla necessità di superare le rigidità ultranazionaliste, contrastare la disinformazione e restituire centralità alla diplomazia.
Israele tra sicurezza e isolamento internazionale
Israele si trova dinanzi a uno dei passaggi più delicati della propria storia politica contemporanea. Il dibattito sul futuro governo e sui nuovi equilibri parlamentari non riguarda soltanto la distribuzione del potere all’interno della Knesset, ma investe direttamente il ruolo dello Stato ebraico nel Medio Oriente, il suo rapporto con l’Occidente e la capacità di recuperare quella credibilità internazionale che le conseguenze della guerra a Gaza hanno profondamente messo alla prova.
La questione fondamentale è comprendere se Israele saprà aprire una stagione politica differente, nella quale la legittima esigenza di difendere la propria popolazione possa convivere con una strategia diplomatica più lungimirante, capace di ridurre le tensioni regionali e di ristabilire un dialogo costruttivo con la comunità internazionale.
La sicurezza dello Stato israeliano non può essere oggetto di compromessi con il terrorismo. L’attacco perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 ha rappresentato una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese, mostrando quanto sia concreta la minaccia delle organizzazioni armate che ricorrono alla violenza contro la popolazione civile. Tuttavia, proprio la gravità di quella tragedia impone una riflessione più ampia: la sicurezza non si costruisce soltanto attraverso la superiorità militare, ma anche mediante la stabilità politica, l’intelligence, la cooperazione internazionale e una diplomazia capace di prevenire nuovi conflitti.
La lotta al terrorismo e i limiti della risposta militare
La lotta contro Hamas e contro le organizzazioni jihadiste che ricorrono al terrorismo costituisce una questione essenziale per la sicurezza israeliana e per quella dell’intera regione. Ma sarebbe un errore confondere il contrasto alle organizzazioni terroristiche con una contrapposizione indiscriminata verso il mondo islamico. L’Islam, nelle sue molteplici espressioni religiose e culturali, non può essere identificato con l’estremismo violento. Numerosi Paesi musulmani condividono, del resto, l’interesse a contenere le organizzazioni jihadiste e a favorire una maggiore stabilità regionale.
Israele ha il diritto di proteggere i propri cittadini dagli attentati, dai sequestri e dagli attacchi armati. Questo diritto, tuttavia, deve essere esercitato nel rispetto del diritto internazionale e della protezione dovuta alle popolazioni civili. La forza militare può neutralizzare minacce immediate, ma difficilmente può risolvere, da sola, le cause politiche e territoriali di un conflitto che attraversa generazioni. Il vero interrogativo, dunque, non è se Israele debba difendersi, ma quale strategia possa garantire una sicurezza duratura, evitando che ogni operazione militare diventi il presupposto di una nuova spirale di violenza.
La battaglia dell’informazione: contrastare la propaganda senza rinunciare alla verità
Accanto alla dimensione militare e diplomatica, Israele deve affrontare una sfida altrettanto importante: quella della comunicazione internazionale. Il conflitto mediorientale si combatte anche attraverso le immagini, i social network, i mezzi di informazione e le interpretazioni che raggiungono quotidianamente milioni di persone. In questo scenario circolano notizie manipolate, ricostruzioni parziali, immagini decontestualizzate e campagne propagandistiche che possono contribuire ad alimentare ostilità, antisemitismo e radicalizzazione politica. Non tutte le rappresentazioni mediatiche del conflitto sono però riconducibili a un’unica regia propagandistica, così come non tutte le critiche rivolte al governo israeliano possono essere liquidate come manifestazioni di ostilità verso Israele.
La distinzione è fondamentale. Un conto è contestare una scelta militare o denunciare le sofferenze della popolazione palestinese; un altro è utilizzare il conflitto per giustificare il terrorismo, negare il diritto all’esistenza dello Stato ebraico o diffondere pregiudizi antisemiti. Israele dovrebbe rispondere alle falsificazioni con una politica di comunicazione più trasparente, tempestiva e documentata, favorendo il lavoro dei giornalisti indipendenti, rendendo accessibili le informazioni verificabili e affrontando apertamente anche le responsabilità eventualmente accertate delle proprie istituzioni.
La questione del genocidio: tra accuse, diritto internazionale e propaganda
Particolarmente delicata è la questione delle accuse di genocidio formulate in relazione alle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza. Il termine genocidio possiede una definizione giuridica precisa, che richiede l’accertamento di specifici atti e dell’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. Non può dunque essere impiegato con leggerezza come semplice slogan politico. Ma sarebbe altrettanto scorretto sostenere che ogni accusa di genocidio costituisca automaticamente una falsità costruita dalla propaganda anti-israeliana.
Le accuse avanzate davanti alla Corte internazionale di giustizia, le valutazioni degli organismi delle Nazioni Unite e le denunce delle organizzazioni per i diritti umani devono essere considerate e discusse sulla base delle prove, distinguendo le decisioni giudiziarie definitive dalle misure provvisorie e dalle valutazioni investigative. Israele contesta l’accusa di genocidio e sostiene di avere condotto le proprie operazioni per contrastare Hamas. Le gravissime conseguenze umanitarie della guerra, tuttavia, impongono verifiche indipendenti e un confronto rigoroso con il diritto internazionale.
La risposta più credibile non consiste nel negare indiscriminatamente le accuse, ma nel contestare quelle infondate attraverso documenti, prove e argomentazioni giuridiche, riconoscendo nel contempo la necessità di accertare eventuali violazioni.La verità non dovrebbe appartenere a uno schieramento politico. Dovrebbe rappresentare il terreno comune sul quale costruire un’informazione libera e responsabile.
Oltre Netanyahu: il confronto sulla svolta diplomatica
La stagione politica di Benjamin Netanyahu ha visto una crescente centralità delle forze nazionaliste e religiose più radicali, il cui peso nelle coalizioni di governo ha inciso profondamente sulle scelte relative ai territori palestinesi, agli insediamenti e ai rapporti con la comunità internazionale. Le posizioni della destra ultranazionalista, particolarmente rigide sulla questione palestinese, hanno contribuito ad accentuare le divergenze con diversi governi europei e con una parte della stessa società israeliana.
Il problema, tuttavia, non si esaurisce nella figura di Netanyahu. Riguarda l’orientamento complessivo che Israele intenderà assumere: continuare a privilegiare una strategia fondata prevalentemente sulla deterrenza militare e sulla fermezza territoriale, oppure affiancare alla difesa nazionale un’iniziativa diplomatica più incisiva.
Una diversa impostazione politica non dovrebbe essere interpretata come una rinuncia alla sicurezza, ma come la ricerca di strumenti ulteriori per garantirla. La cooperazione con gli Stati Uniti, il rafforzamento dei rapporti con l’Unione europea e la ripresa del dialogo con i Paesi arabi moderati rappresentano ambiti nei quali un futuro governo potrebbe investire maggiori energie.
Anche gli Accordi di Abramo hanno dimostrato che, nonostante le profonde divisioni regionali, esistono possibilità concrete di collaborazione diplomatica ed economica. Rimane naturalmente irrisolta la questione palestinese, senza la quale difficilmente potrà essere costruito un assetto regionale pienamente stabile.
Una nuova politica per riconquistare fiducia
La politica israeliana dovrà confrontarsi con una contraddizione che attraversa buona parte delle democrazie contemporanee: la necessità di garantire sicurezza senza compromettere quei principi democratici e quelle libertà che costituiscono la ragione stessa della loro difesa. La protezione dei confini, la prevenzione del terrorismo e la capacità di risposta militare restano elementi fondamentali. Ma non possono diventare l’unico linguaggio attraverso il quale uno Stato si presenta al mondo.
Un governo che voglia rafforzare la posizione internazionale di Israele dovrà misurarsi anche con la tutela dei civili, con l’indipendenza delle istituzioni, con il pluralismo interno e con la possibilità di costruire rapporti meno conflittuali con i propri interlocutori. In questa prospettiva, il confronto tra le diverse forze politiche israeliane assume un significato che supera la semplice competizione elettorale.
Non si tratta soltanto di scegliere una leadership, ma di definire quale rapporto debba esistere tra forza e diplomazia, identità nazionale e pluralismo, sicurezza e diritto internazionale.
Il futuro di Israele passa anche dalla diplomazia
Israele possiede una storia, una struttura democratica, capacità scientifiche, tecnologiche ed economiche che ne fanno un protagonista fondamentale degli equilibri mediorientali. Il futuro del Paese non dipenderà esclusivamente dalla sua capacità di prevalere militarmente sulle organizzazioni che ne minacciano la sicurezza, ma anche dalla possibilità di consolidare alleanze, ridurre le tensioni e ricostruire rapporti di fiducia.
La lotta contro Hamas e contro il terrorismo jihadista resta una questione centrale. Allo stesso tempo, una politica estera efficace richiede che la difesa dello Stato non venga confusa con l’adesione incondizionata alle scelte di un singolo governo.
Israele non coincide con Netanyahu, così come il popolo palestinese non coincide con Hamas.
È proprio questa distinzione che dovrebbe orientare una riflessione politica più matura, capace di sottrarsi tanto alla propaganda anti-israeliana quanto alla tentazione di giustificare ogni decisione delle autorità israeliane in nome della sicurezza. La nuova stagione politica, qualunque sia la composizione del futuro governo, dovrà misurarsi con una sfida di portata storica: dimostrare che la sicurezza dello Stato ebraico può essere perseguita attraverso una combinazione di fermezza contro il terrorismo, responsabilità istituzionale, rispetto del diritto e iniziativa diplomatica.
Perché la forza di una nazione non si misura soltanto nella capacità di difendere i propri confini, ma anche nella credibilità con cui riesce a rappresentare i propri valori davanti al mondo. E per Israele, oggi, la conquista di una pace duratura e di una rinnovata fiducia internazionale costituisce una questione strategica non meno importante della sua sicurezza militare.
