Approfondimento

Caso Ranucci, la bomba e il mistero del movente: Lavitola ammette di essere il mandante


L’attentato dell’ottobre 2025 contro il conduttore di “Report” non provocò vittime. Dieci mesi dopo Valter Lavitola ha riconosciuto davanti al giudice di aver organizzato l’azione, sostenendo di averlo fatto per rafforzare la protezione dell’amico. Ma gli investigatori continuano a cercare riscontri sul vero obiettivo del piano.


ROMA – È una vicenda che, a quasi un anno dall’esplosione, continua a presentare interrogativi e nuovi sviluppi. Al centro dell’inchiesta c’è Sigfrido Ranucci, giornalista investigativo e conduttore di Report, e l’attentato avvenuto la sera del 16 ottobre 2025 davanti alla sua abitazione nell’area di Pomezia, alle porte di Roma. Un ordigno esplose nelle vicinanze della sua automobile, danneggiando anche la vettura della figlia. Non ci furono feriti, ma la potenza della deflagrazione fece immediatamente scattare un’indagine di particolare gravità.
Per mesi il principale interrogativo è stato quello del movente. Ranucci, volto tra i più conosciuti del giornalismo d’inchiesta italiano, vive sotto protezione da anni a causa delle minacce ricevute in relazione alla propria attività professionale. Per questo, nelle prime fasi, l’attentato venne inevitabilmente collegato anche alle numerose inchieste condotte da Report.
La svolta è arrivata nel 2026. Alla fine di giugno quattro persone sono state arrestate perché ritenute coinvolte nell’esecuzione materiale dell’attacco. Successivamente l’attenzione della Procura di Roma si è concentrata su Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista che aveva intrattenuto un rapporto di amicizia con Ranucci.
Il passaggio più clamoroso si è verificato il 12 agosto, quando Lavitola, nel corso di un interrogatorio di garanzia durato oltre cinque ore, ha ammesso di essere il mandante dell’attentato, confermando su questo punto l’impostazione accusatoria della Procura.
Resta però aperto il nodo fondamentale: perché organizzare un attentato contro un uomo che Lavitola considerava un amico?
La spiegazione fornita dall’indagato è singolare. Secondo la versione riferita dalla difesa, l’azione sarebbe stata concepita per indurre le autorità a rafforzare la protezione di Ranucci, che Lavitola riteneva esposto a pericoli reali. Dopo l’attentato, effettivamente, il dispositivo di sicurezza attorno al giornalista venne rafforzato.
È una ricostruzione sulla quale gli inquirenti stanno però cercando riscontri. Nell’ordinanza cautelare è emersa anche una diversa ipotesi investigativa: secondo il Gip, Lavitola avrebbe potuto mirare ad accrescere la popolarità di Ranucci e ad accelerare eventuali progetti riguardanti una sua possibile prospettiva politica. Si tratta, è bene sottolinearlo, di una tesi investigativa e non di un fatto giudiziariamente accertato.
Dagli atti e dalle intercettazioni sono inoltre emersi riferimenti ai rapporti tra i due uomini e agli interessi che Lavitola avrebbe coltivato attorno alla figura del conduttore di Report. Proprio oggi, 19 agosto, nuove ricostruzioni giornalistiche riferiscono anche dell’interesse manifestato in passato da Lavitola nei confronti della trasmissione e della possibilità di avere un ruolo nella sua produzione. Sono elementi che contribuiscono ad ampliare il quadro ma che dovranno essere valutati nel complesso dell’inchiesta.
Un punto resta particolarmente importante: allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili non emerge che Ranucci fosse a conoscenza del piano dell’attentato. Le ricostruzioni finora pubblicate indicano il giornalista come vittima dell’azione e non come partecipante alla sua organizzazione.
Lavitola, dal carcere, ha successivamente ribadito che la decisione sarebbe stata esclusivamente sua, dichiarandosi pentito di avere trascinato Ranucci nella vicenda e continuando a definirlo come un “fratello”.
L’inchiesta, dunque, è tutt’altro che conclusa. L’ammissione di Lavitola ha chiarito un passaggio fondamentale sulla responsabilità che egli stesso si attribuisce nell’organizzazione dell’azione, ma lascia ancora irrisolto il quesito più importante: quale fosse realmente il movente.
Tra rapporti personali, intercettazioni, ipotesi di progetti politici e dichiarazioni sulla volontà di “proteggere” Ranucci, saranno ora gli approfondimenti della Procura di Roma e il successivo percorso giudiziario a stabilire quale ricostruzione sia sostenuta dalle prove. Fino a una sentenza definitiva, naturalmente, per tutti gli indagati resta valido il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.

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