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Trump all’ONU alza la pressione sull’Iran, ma resta aperta la via del negoziato


Il presidente americano usa toni durissimi davanti all’Assemblea generale e chiede l’isolamento economico di Teheran. Ma, nelle stesse ore, Washington e la Repubblica islamica confermano contatti diplomatici. Sullo sfondo la riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per l’energia mondiale.


NEW YORK – Un discorso costruito intorno alla forza americana, alla deterrenza militare e alla convinzione che soltanto una pressione molto elevata possa costringere l’Iran a un accordo. Donald Trump ha portato davanti all’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite una delle questioni più delicate dell’attuale scenario internazionale: il confronto tra Stati Uniti e Repubblica islamica dell’Iran.
Nel suo intervento del 22 settembre, durato circa 37 minuti, il presidente americano ha difeso la linea seguita da Washington nei confronti di Teheran e ha ribadito un punto considerato irrinunciabile dalla sua amministrazione: impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. Trump ha presentato l’Iran come una delle principali minacce alla sicurezza internazionale e ha invitato gli altri Paesi ad aumentare l’isolamento economico di Teheran per spingerla al tavolo delle trattative.
Il passaggio più duro del discorso è arrivato quando Trump ha prospettato due strade radicalmente differenti: un accordo che consenta all’Iran di ricostruire il Paese oppure un’ulteriore escalation militare. Nel formulare questa alternativa ha utilizzato persino il verbo “annientare” riferendosi alla Repubblica islamica nel caso in cui non si arrivasse a un’intesa.
Il messaggio pronunciato dal podio delle Nazioni Unite si inserisce nella più ampia concezione della politica estera illustrata dal presidente: gli Stati Uniti, secondo Trump, non intendono più lasciare che le minacce crescano senza intervenire. La Casa Bianca ha sintetizzato questa impostazione con le parole dello stesso presidente: «Mentre altri hanno parlato, io ho agito».
La pressione militare e la porta della diplomazia
Dietro la durezza delle dichiarazioni, tuttavia, si intravede una situazione più complessa. Trump ha infatti affermato di ritenere possibile un accordo con l’Iran e, dopo un incontro con il primo ministro britannico Andy Burnham a margine dell’Assemblea generale, ha confermato l’esistenza di contatti tra Washington e Teheran.
«Penso che si giungerà a un accordo», ha dichiarato il presidente americano, aggiungendo che gli iraniani «vogliono parlare» e che contatti erano avvenuti anche nella stessa giornata. Trump ha però nuovamente indicato come condizione fondamentale l’impossibilità per Teheran di acquisire un’arma nucleare.
Anche il segretario di Stato Marco Rubio ha confermato la disponibilità americana a colloqui con rappresentanti iraniani durante l’Assemblea generale, precisando inizialmente che non risultava programmato un incontro formale. L’obiettivo indicato da Washington rimane quello di arrivare a una soluzione che impedisca definitivamente all’Iran di sviluppare un’arma nucleare.
Si delinea così quella che appare come una strategia su due livelli: massima pressione pubblica e militare, accompagnata dal mantenimento di canali diplomatici attraverso i quali tentare di raggiungere un’intesa.
Hormuz, il vero nodo strategico
Al centro della partita c’è anche lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per il commercio energetico.
Nelle stesse ore dell’intervento di Trump, un alto funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran sarebbe pronta a riaprire lo Stretto entro sette giorni qualora gli Stati Uniti riducessero la pressione militare e revocassero il blocco dei porti iraniani. Secondo le informazioni emerse a New York, la delegazione iraniana presente all’ONU avrebbe inoltre ricevuto l’autorità necessaria per riattivare il dialogo con gli Stati Uniti.
La questione supera quindi largamente i rapporti tra Washington e Teheran. Il funzionamento regolare dello Stretto riguarda direttamente le forniture energetiche internazionali e, di conseguenza, i prezzi di petrolio e gas e la stabilità dell’economia mondiale.
Una crisi sospesa tra minaccia e trattativa
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite diventa così il teatro di un apparente paradosso diplomatico. Da una parte Trump pronuncia uno dei più severi avvertimenti rivolti all’Iran e invita la comunità internazionale ad aumentare la pressione economica; dall’altra, americani e iraniani continuano a comunicare e lasciano intravedere la possibilità di un’intesa.
La distanza tra le parti rimane considerevole. Washington insiste sulla questione nucleare e sulla necessità di mantenere una forte pressione su Teheran; l’Iran lega invece eventuali aperture, compresa quella sullo Stretto di Hormuz, alla riduzione della pressione militare americana e alla fine del blocco dei propri porti.
È proprio questa contraddizione a caratterizzare la fase attuale della crisi: mai come adesso il linguaggio pubblico appare duro, mentre parallelamente continuano a muoversi i canali della diplomazia.
Le prossime settimane diranno se la strategia della pressione scelta da Trump riuscirà a tradursi in un negoziato stabile oppure se il confronto tra Stati Uniti e Iran entrerà in una nuova fase di escalation. Molto dipenderà dalla capacità delle parti di trasformare i contatti in un accordo concreto e, soprattutto, dalla sorte dello Stretto di Hormuz, diventato uno dei principali punti di equilibrio tra sicurezza, diplomazia ed economia mondiale.

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