Europa al bivio: tra America, Israele e il ritorno della politica di potenza
Energia, guerra, dazi, welfare e competitività mettono sotto pressione il modello europeo. Mentre Stati Uniti, Russia, Cina e Israele perseguono con crescente determinazione i propri interessi strategici, l’Unione deve decidere se restare soprattutto una potenza normativa o diventare anche una potenza economica, industriale e militare capace di difendere i propri interessi.
L’Europa attraversa uno dei passaggi più delicati della sua storia recente. Non siamo semplicemente davanti a una crisi economica, né soltanto alle conseguenze della guerra in Ucraina, delle tensioni in Medio Oriente o del nuovo protezionismo americano. Sta cambiando qualcosa di più profondo: il sistema internazionale nel quale il progetto europeo è cresciuto per decenni. Il mondo della globalizzazione apparentemente senza confini sta lasciando spazio a uno scenario nel quale energia, tecnologia, industria, materie prime, commercio e capacità militare sono tornati a essere strumenti della potenza nazionale. È proprio in questo nuovo contesto che emergono con maggiore evidenza le contraddizioni dell’Europa.
Europa e Stati Uniti rimangono profondamente legati sul piano economico, politico e militare. Nel 2025 gli scambi di beni e servizi tra UE e USA hanno raggiunto circa 1.770 miliardi di euro, a conferma di una straordinaria integrazione economica. Eppure l’identità di interessi che per molti decenni sembrava caratterizzare il rapporto transatlantico appare oggi meno automatica. L’America di Donald Trump ha accentuato una concezione della politica economica fondata sull’interesse nazionale, sulla capacità industriale americana, sui dazi, sulla sicurezza delle catene produttive e sulla richiesta agli alleati europei di contribuire maggiormente alla propria difesa. L’accordo commerciale raggiunto tra Washington e Bruxelles ha cercato di stabilizzare questa relazione, ma la questione va ben oltre Trump: stiamo assistendo al ritorno della politica di potenza economica. Gli Stati Uniti considerano commercio, tecnologia, energia, industria e difesa parti di una stessa strategia nazionale, mentre l’Europa continua a muoversi soprattutto attraverso regole condivise, multilateralismo, compromessi e apertura dei mercati. Sono due differenti modi di interpretare la globalizzazione e, soprattutto, di concepire la tutela dei propri interessi.
La guerra in Ucraina ha contemporaneamente reso evidente una vulnerabilità che l’Europa aveva sottovalutato per molti anni: quella energetica. La decisione di ridurre drasticamente la dipendenza dalla Russia è stata conseguenza di una precisa scelta geopolitica e di sicurezza dopo l’invasione dell’Ucraina, ma le scelte geopolitiche producono inevitabilmente conseguenze economiche. Una delle questioni fondamentali riguarda quindi il costo dell’energia per famiglie e imprese europee. La stessa Commissione ha riconosciuto il peso che prezzi energetici elevati e volatili, tensioni geopolitiche e problemi di competitività esercitano sull’economia europea. È qui che nasce una delle contraddizioni più difficili da spiegare ai cittadini: l’Europa vuole sostenere l’Ucraina, ridurre la dipendenza dalla Russia, accelerare la transizione energetica, mantenere competitive le proprie industrie e contemporaneamente evitare che famiglie e imprese sostengano costi energetici troppo elevati. Sono obiettivi comprensibili singolarmente, ma estremamente complessi da realizzare tutti insieme. Le tensioni che coinvolgono il Medio Oriente e l’Iran hanno ulteriormente dimostrato quanto Ucraina, Russia, sicurezza delle rotte commerciali ed energia siano ormai parti dello stesso problema strategico.
Anche il rapporto con Israele evidenzia una differenza di sensibilità politica. Israele interpreta la propria posizione internazionale soprattutto attraverso i concetti di sicurezza nazionale e deterrenza, mentre l’Europa tende ad attribuire maggiore importanza alla diplomazia multilaterale, al diritto internazionale e alla ricerca di equilibri politici regionali. Ne derivano divergenze soprattutto rispetto al conflitto israelo-palestinese e alle crisi che coinvolgono l’Iran e il Medio Oriente. Sarebbe però sbagliato interpretare queste differenze come una separazione completa: l’Unione europea rimane il principale partner commerciale di Israele e nel 2025 rappresentava il 31,7% del commercio israeliano di beni, con scambi complessivi per circa 43,3 miliardi di euro. Anche qui emerge quindi una delle caratteristiche del nostro tempo: forti divergenze politiche possono convivere con altrettanto forti interdipendenze economiche.
In questo scenario si inserisce una domanda ancora più delicata: l’Europa è diventata ideologicamente ostile al mercato? Negli ultimi decenni il continente ha costruito uno dei sistemi normativi e sociali più articolati al mondo. Tutela dei consumatori, sicurezza alimentare, ambiente, privacy, diritti dei lavoratori, welfare e protezione sociale costituiscono elementi importanti del modello europeo. Ma ogni sistema di protezione comporta anche un costo e, quando autorizzazioni, certificazioni, adempimenti, controlli e procedure si sovrappongono, la regolamentazione rischia di trasformarsi da garanzia in freno. Il problema diventa particolarmente evidente per le piccole e medie imprese. Una grande multinazionale possiede uffici legali, consulenti, fiscalisti e strutture amministrative in grado di assorbire una regolamentazione estremamente complessa; un artigiano, un agricoltore o una piccola impresa devono sostenere proporzionalmente un peso molto maggiore. Non si tratta più soltanto di una critica proveniente dall’esterno delle istituzioni europee: lo stesso dibattito sulla competitività dell’Unione ha posto al centro la debole crescita della produttività, gli elevati costi energetici, la demografia, la frammentazione dei mercati e la crescente concorrenza internazionale.
Ridurre tutto questo all’affermazione secondo cui l’Europa sarebbe semplicemente diventata “di sinistra” sarebbe tuttavia insufficiente a spiegare la complessità del problema. La questione è più strutturale. L’Europa ha costruito un modello di economia sociale di mercato nel quale capitalismo, regolamentazione, tutela dei lavoratori e welfare devono convivere. La vera domanda è se l’equilibrio costruito nel passato sia ancora sostenibile nelle condizioni economiche e geopolitiche di oggi. L’Europa vuole mantenere un welfare sviluppato, finanziare sanità e pensioni, sostenere la transizione energetica, investire nella digitalizzazione, recuperare competitività industriale, aumentare la spesa per la difesa e sostenere l’Ucraina, mentre contemporaneamente deve affrontare l’invecchiamento della popolazione e una crescita economica non sufficientemente dinamica. Tutto questo costa e richiede una capacità produttiva adeguata a sostenerlo. Per molti anni l’Europa ha prosperato in un sistema particolarmente favorevole, caratterizzato da una sicurezza largamente garantita dall’alleanza con gli Stati Uniti, energia relativamente conveniente, commercio mondiale in espansione e accesso ai grandi mercati internazionali. Quel mondo non esiste più nelle stesse condizioni.
A questo si aggiunge una questione che tocca direttamente agricoltori, artigiani e imprese europee: la reciprocità negli accordi commerciali. L’Europa continua a credere nel libero commercio e negli accordi internazionali, una scelta che può certamente produrre opportunità economiche, ma la domanda fondamentale riguarda le condizioni nelle quali avviene la competizione. Se un produttore europeo deve rispettare standard ambientali, sanitari, sociali e produttivi particolarmente elevati, mentre merci provenienti dall’esterno sono realizzate secondo regole differenti, emerge inevitabilmente un problema di competitività. Ciò non significa chiudere le frontiere o abbandonare il libero mercato, ma pretendere condizioni di reciprocità. Altrimenti si determina un paradosso: l’Europa impone costi elevati ai propri produttori per tutelare determinati standard e contemporaneamente permette loro di competere con prodotti realizzati sostenendo costi inferiori proprio perché sottoposti a standard differenti. È una contraddizione che Bruxelles non può ignorare.
Sarebbe tuttavia semplicistico immaginare che tutte le difficoltà europee derivino da un progetto internazionale coordinato per indebolire l’Unione. La realtà è probabilmente più elementare e, proprio per questo, più difficile da affrontare: ogni grande potenza difende i propri interessi. Gli Stati Uniti perseguono quelli americani, la Cina tutela la propria industria e la propria capacità tecnologica, la Russia persegue i propri obiettivi geopolitici, Israele considera prioritaria la propria sicurezza nazionale e le potenze energetiche difendono i propri interessi. La domanda fondamentale diventa allora chi sia capace di definire e difendere l’interesse europeo. Non basta accusare gli altri di essere aggressivi sul piano economico. Il problema nasce quando l’Europa entra in una competizione mondiale nella quale gli altri attori ragionano sempre più in termini di potenza, mentre essa continua a ragionare prevalentemente in termini di regolamentazione.
Questo non significa che l’Europa debba rinunciare al proprio modello sociale, né che la soluzione consista nello smantellare welfare, protezione ambientale o diritti dei lavoratori. La vera sfida è renderli economicamente sostenibili, perché senza crescita non esiste welfare duraturo, senza industria non esiste autonomia strategica, senza energia competitiva difficilmente può esistere un’industria competitiva, senza innovazione non esiste crescita e senza una capacità militare credibile diventa difficile costruire una politica estera realmente autonoma. La crisi europea non è quindi semplicemente una crisi della destra o della sinistra, ma una crisi di priorità. L’Europa deve stabilire quanto investire nella difesa, quanto nel welfare, quale transizione energetica sia economicamente sostenibile, quali industrie considerare strategiche, quale rapporto mantenere con gli Stati Uniti, quale politica adottare nei confronti della Russia e quale equilibrio ricercare in Medio Oriente.
Il mondo nel quale l’Europa opera è profondamente cambiato. È un mondo nel quale tornano i dazi, l’energia diventa uno strumento geopolitico, la guerra è tornata sul continente europeo e tecnologia, semiconduttori, intelligenza artificiale, materie prime e capacità produttiva determinano sempre più il peso internazionale degli Stati. Eppure l’Europa rimane uno dei più grandi spazi economici, culturali e democratici del pianeta. Possiede industria, ricerca, università, capitale umano, risparmio, infrastrutture e un mercato di centinaia di milioni di persone. Il problema non è quindi l’assenza di risorse, ma la capacità di trasformarle in una strategia.
Per questo la scelta che attende l’Europa non può essere ridotta alla contrapposizione tra neoliberismo e socialdemocrazia, tra Washington e Bruxelles, tra Israele e mondo arabo o tra libero mercato e protezionismo. La questione è molto più profonda: l’Europa deve decidere se vuole continuare a essere prevalentemente una potenza che regolamenta il mondo o diventare anche una potenza capace di agire nel mondo, proteggendo il proprio modello sociale ma anche le proprie imprese, rimanendo aperta al commercio ma esigendo reciprocità, mantenendo l’alleanza con gli Stati Uniti ma diventando maggiormente consapevole dei propri interessi, dialogando con Israele e con il mondo arabo senza rinunciare a una propria politica mediterranea e continuando a sostenere l’Ucraina nella consapevolezza delle conseguenze economiche, energetiche e strategiche delle proprie decisioni. È forse questa la vera lezione del nuovo ordine internazionale: i valori senza forza rischiano di rimanere dichiarazioni, mentre la forza senza valori rischia di trasformarsi in puro dominio. La grande sfida europea sarà riuscire a conservare i primi costruendo, finalmente, anche la seconda.
