Inchiesta

Montante, dal vertice di Confindustria Sicilia alla condanna: la fine di un sistema

PALERMO – Da simbolo dell’imprenditoria antimafia a protagonista di uno dei più controversi scandali giudiziari siciliani. La parabola di Antonello Montante, ex leader di Confindustria Sicilia, si chiude con una condanna ridimensionata ma definitiva, dopo anni di indagini che hanno fatto emergere un sistema di relazioni, pressioni e accesso illecito alle informazioni.
L’inchiesta della Procura di Caltanissetta ha ricostruito una rete che avrebbe consentito all’imprenditore di ottenere dati riservati su magistrati, politici, giornalisti e imprenditori. Informazioni raccolte attraverso accessi abusivi a banche dati delle forze dell’ordine e poi organizzate in dossier utilizzati, secondo l’accusa, per anticipare indagini, difendersi da eventuali procedimenti o esercitare pressione su figure considerate ostili. Un sistema che si reggeva su una fitta rete di rapporti con ambienti istituzionali e amministrativi.
Il primo grado di giudizio, celebrato con rito abbreviato, si era concluso nel 2019 con una condanna a 14 anni di reclusione, poi ridotta a 8 anni in appello. Una ricostruzione però profondamente modificata dalla decisione della Corte di Cassazione, che ha escluso alcune delle accuse più gravi, tra cui l’associazione a delinquere, disponendo un nuovo giudizio per la rideterminazione della pena.
Nel nuovo appello la difesa, rappresentata dall’avvocato Boris Pastorello, ha scelto la strada del concordato, una forma di accordo sulla pena con la Procura. La Corte ha accolto la richiesta fissando la condanna a 5 anni e 10 mesi. Considerato il periodo già trascorso in custodia cautelare, la pena effettiva scende sotto la soglia dei quattro anni, consentendo l’accesso a misure alternative alla detenzione.
Montante si era nel frattempo costituito nel carcere di Carcere di Bollate per iniziare a scontare la pena, ma è stato successivamente scarcerato in attesa della nuova decisione. Con la definizione del procedimento non tornerà in cella.
Il procedimento ha coinvolto anche altri imputati, tra cui Diego Di Simone e Marco De Angelis, che hanno a loro volta ottenuto una riduzione delle pene attraverso il concordato, con la caduta di alcune sanzioni accessorie come l’interdizione dai pubblici uffici.
Il caso ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica perché ha messo in discussione il modello dell’imprenditoria impegnata sul fronte della legalità. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, dietro l’immagine pubblica si sarebbe sviluppato un sistema di potere fondato sulla gestione riservata delle informazioni e su relazioni privilegiate con settori delle istituzioni.
A oltre dieci anni dall’avvio delle indagini, la vicenda si chiude con una condanna ridimensionata rispetto alle accuse iniziali, ma che conferma responsabilità penali e lascia aperti interrogativi sul rapporto tra economia, politica e apparati dello Stato.

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