Approfondimento

Israele-Palestina: Una soluzione e’ ancora possibile?

La creazione di due stati è il mantra con cui la comunità internazionale pensa ancora di risolvere il conflitto in Medio Oriente, ma un’altra possibile soluzione è stata formulata da tempo

Mentre scrivo l’offensiva israeliana avanza nella Striscia di Gaza e d il bilancio sono oltre 30mila palestinesi uccisi. Ancora oggi la ‘ questione mediorentale” rappresenta per la diplomazia internazionale un difficilissimo banco di prova che adesso sta sta addirittura rispolverando un vecchio mantra della questione palestinese: la soluzione a due stati.  Una soluzione di cui si conosce l’obiettivo finale, ovvero uno stato palestinese, cui l’attuale governo d’estrema destra israeliano si oppone, ma di cui rimangono astratte le caratteristiche di base: chi ne controllerà i confini? Quale sarà la capitale? I palestinesi avranno un esercito regolare?  
 
La vera domanda, oggi, è se questa strada sia ancora percorribile. Perché gli eventi successivi al 7 ottobre hanno di fatto compromesso la formula dei due stati per due popoli: le violenze di Hamas, la sproporzionata risposta israeliana e la punizione collettiva di cui sono vittime i palestinesi – non solo a Gaza e non solo dallo scorso ottobre – rende questa soluzione diplomatica una mera illusione. Le coscienze collettive dei due popoli saranno per sempre corrotte da quanto accaduto negli ultimi cinque mesi. Tuttavia, se l’attuazione degli Accordi di Oslo sembra ormai del tutto naufragata, l’alternativa non può essere la continuazione di combattimenti il cui obiettivo sembra la totale eliminazione dell’altro, praticabile solo correndo il rischio di un altro genocidio. Ciò su cui bisognerebbe tornare a riflettere sono nuove forme di coesistenza e convivenza, superando anche la formula dei due stati.

In effetti si stenta a credere in una reale differenza etnica e religiosa di due popoli fratelli. A conferma di quanto detto abbiamo chiesto maggiori chiarimenti a Dasililla Oliveira Pecorella rappresentante della Consulta delle Culture di Palermo che cosi interviene:

” Nonostante siano comunemente etichettati come arabi i palestnesi non sono di origine etnicamente araba. Il loro patrimonio genetico non deriva principalmente dai popoli della penisola arabica. Piuttosto, ciò che li ha resi “arabi” nel tempo è stata la graduale adozione della lingua, della cultura e della fede araba, piuttosto che un qualsiasi afflusso massiccio di sangue esterno. In verità, i palestinesi riconducono la stragrande maggioranza della loro discendenza agli antichi popoli levantine – cananei e altri primi abitanti – che coltivarono una profonda connessione con la terra per millenni.

Questo stesso filo ancestrale lega anche gli ebrei moderni al Levante, il che significa che gli israeliani ebrei e gli arabi palestinesi condividono un legame familiare lontano, ma diretto. Entrambi iniziarono come levantine, profondamente radicati nel suolo e nel patrimonio della regione, prima che una serie di dispersioni e cambiamenti culturali li mettessero su percorsi divergenti. Le comunità israeliane e palestinesi di oggi, spesso viste come gruppi opposti nell’attuale panorama politico, sono in realtà rami di un albero genealogico che un tempo prosperava come un unico popolo unificato.

Tutto iniziò innumerevoli generazioni fa, quando gli antenati levantine degli israeliani e dei palestinesi di oggi erano ancora un unico popolo unificato, che coltivava i propri campi, costruiva le proprie città e adorava i propri dei sotto lo stesso caldo sole mediterraneo. La vita per queste prime comunità era incentrata sulla terra: il suo suolo fertile, le sue stagioni mutevoli e il commercio che scorreva lungo le coste orientali del grande mare. Nel tempo, alcuni di questi levantine scelsero o furono costretti a partire, cercando nuove opportunità in regioni lontane o fuggendo dai tumulti causati da imperi e conquiste mutevoli. Le ondate di diaspora iniziarono lentamente all’inizio, ogni gruppo portava con sé frammenti della vecchia identità levantine ovunque si stabilisse.

In queste enclave lontane, i discendenti del popolo levantine impararono nuove lingue, adottarono pratiche religiose locali e si adattarono alle loro società ospitanti, pur mantenendo una silenziosa e persistente consapevolezza delle loro radici. Nel corso dei secoli, la diaspora ebraica ha preso forma in tutto il Nord Africa e nell’Europa orientale, intrecciando l’ascendenza levantine in un vibrante arazzo di tradizioni globali. Nel frattempo, altri rami seguirono traiettorie diverse, disperdendosi in vari angoli del mondo antico e sviluppando gradualmente le proprie identità distinte.

Nella patria, coloro che rimasero non rimasero fermi nel tempo. Nuove fedi e lingue si riversarono sul Levante, portate da conquistatori, mercanti e studiosi. L’arabo e l’Islam si diffusero nella regione, ma la popolazione non fu mai sostituita completamente: piuttosto, assorbì lentamente queste influenze culturali, mescolandole con le sue antiche tradizioni. Il risultato fu una popolazione che sembrava e suonava araba, ma sotto i nuovi strati superficiali di lingua e religione, il nucleo genetico rimaneva profondamente levantino.

Nel corso dei secoli, questi percorsi separati si sono cristallizzati nelle identità che ora riconosciamo. Le comunità ebraiche, rafforzate dai legami sia con le loro patrie della diaspora che con la loro connessione ancestrale al Levante, alla fine tornarono in parte nella loro antica patria con la formazione di Israele. I palestinesi, che non avevano mai lasciato, a quel punto erano stati completamente arabizzati nella lingua e nella cultura, ma portavano ancora le firme genetiche delle stesse antiche persone che un tempo condividevano la terra.

E così, dopo migliaia di anni, ciò che iniziò come una popolazione levantine che si ramificava verso l’esterno e si mescolava con nuove influenze ha portato alle popolazioni israeliane e palestinesi di oggi: diverse in superficie, divise dalla politica moderna e dalle narrazioni nazionali, ma entrambe profondamente radicate nello stesso suolo ancestrale. Sotto ogni nuova identità, rimane un’origine comune, nascosta nel lontano passato.

Due popoli, due stati-nazione 

Quello che ha a lungo complicato la questione geopolitica più spinosa dal secondo dopoguerra è la convinzione che in Asia occidentale si possano facilmente costituire stati nazionali sul modello europeo del secolo scorso. Un paradosso se si pensa che Israele e la soluzione a due stati nacquero meno di tre anni dopo la Seconda guerra mondiale che vide in Europa la smania distruttiva degli stati-nazione, che proprio contro la popolazione ebraica raggiunse l’apice delle sue atrocità con la Shoah. Eppure, da allora Israele si è sviluppato come uno stato nazionale che in virtù della legge del ritorno del 1950 concede la cittadinanza a tutti gli ebrei del mondo, e dal 1970 a chiunque abbia discendenze ebraiche. Uno sviluppo oggi portato avanti dalla MM etno-nazionalista del premier Benjamin Netanyahu, per cui “Israele non è il paese dei suoi cittadini, ma lo stato-nazione del popolo ebraico, e di nessun altro”. Una condizione che, con la legge fondamentale del 2018 che ribadisce la natura ebraica d’Israele, discrimina formalmente i palestinesi d’Israele e macchia la democrazia israeliana. Il contraltare della legge del ritorno sarebbe il diritto dei rifugiati palestinesi vittime della Nakba a tornare nelle case da cui furono cacciati nel 1948 e mai garantito dai governi israeliani.  

Per 75 anni, infatti, il principio di autodeterminazione dei due popoli si è sviluppato unicamente sul concetto di superiorità di una nazione sull’altra, a discapito di quello di cittadinanza, generando ingiustizie e radicalismo religioso in un territorio per secoli caratterizzato da un tessuto sociale multietnico e multiconfessionale. Inoltre, l’idea dei due stati per due popoli è stata de facto accompagnata da una crescente predominanza militare israeliana e la mancata accettazione di questa sottomissione da parte palestinese viene oggi percepita come un estremismo per il quale la responsabilità sarebbe collettiva.  

La convinzione di poter istituire due stati nella vecchia “Palestina mandataria” fu il risultato di un lungo lavoro diplomatico in seno alle Nazioni Unite, cui il Regno Unito aveva rimesso il Mandato ricevuto dalla Società delle Nazioni nel 1922. La commissione incaricata di trovare una soluzione, l’UNSCOP, era composta da 11 paesi considerati neutrali: Australia, Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, India, Iran, Paesi Bassi, Perù, Svezia, Uruguay, Jugoslavia.  

I lavori dell’UNSCOP terminarono con la proposta di spartizione: uno stato ebraico sul 55% del territorio, e il restante 45% – le zone meno fertili, suddivise in tre parti e senza continuità territoriale – agli arabi. Questa era la cosiddetta “proposta di maggioranza”, quella che il 29 novembre 1947 sarebbe stata votata favorevolmente dall’Assemblea Generale sancendo il diritto a uno stato ebraico sul territorio del vecchio mandato britannico. La spartizione fu rifiutata dai paesi arabi e quando Israele si proclamò indipendente nel maggio del 1948, scoppiò la prima guerra arabo-israeliana.  

La proposta di minoranza 

Tuttavia, ciò che da allora è rimasto negli scaffali degli archivi dell’ONU è un’altra proposta dell’UNSCOP, quella “di minoranza”, ovvero di uno Stato Federale di Palestina, comprendente due entità autonome, cioè uno stato arabo e uno ebraico, con una sola capitale, Gerusalemme, suddivisa in due sobborghi. Si trattava di uno stato binazionale, pensato per armonizzare gli interessi e le aspirazioni indipendentiste delle popolazioni araba ed ebraica, considerate ugualmente legittime poiché i due popoli avevano “un’associazione storica con la Palestina”.  

I sostenitori di questa proposta erano l’India, l’Iran e la Jugoslavia. Particolare fu il ruolo della Jugoslavia attraverso il delegato Vladimir Simic, che in patria era presidente del parlamento federale, ovvero il più alto organo rappresentativo dei popoli costituenti del paese e massima espressione del carattere multinazionale e multiconfessionale della Jugoslavia risorta dalla guerra fratricida col motto Unione e Fratellanza. La diplomazia jugoslava considerava possibile applicare lo stesso modello federale alla Palestina. Un modello che Simic dettagliò in 12mila parole all’interno del report finale dell’UNSCOP. La proposta prevedeva la creazione di un regime transitorio guidato dalle Nazioni Unite che garantisse l’uguaglianza individuale, tutelando i diritti civili, politici, religiosi e culturali di tutti i cittadini della Palestina. Un’uguaglianza che si sarebbe dovuta applicare anche ai due popoli costituenti in quanto tali, senza gli sbilanciamenti sanciti coi diritti di maggioranza e di tutela della minoranza, come sarebbe invece risultato con la proposta di spartizione. Secondo l’interpretazione di Simic, l’elemento essenziale a garanzia dello stato comune per arabi ed ebrei era l’unità economica del paese, da raggiungere attraverso un’emancipazione dal basso e forme di autogoverno che assicurassero la cooperazione dei due popoli. 

La Jugoslavia socialista aveva una forte spinta antimperialista e accusava il colonialismo britannico di avere enormi responsabilità per la situazione in Palestina, dove impose un mandato militare trascurando educazione e salute pubblica, sistemi che invece avrebbero potuto contribuire alla convivenza pacifica tra i due popoli. “Se il Governo Mandatario avesse sviluppato istituzioni di autogoverno, arabi ed ebrei sarebbero stati maggiormente preparati a cooperare”, come dichiarò Simic in seno all’UNSCOP. Secondo il delegato jugoslavo, infatti, gli aumenti costanti delle spese militari in Palestina avevano impedito, invece che promuovere, una cooperazione economica e sociale tra arabi ed ebrei. 
 
Insieme alla critica anticolonialista, gli jugoslavi sostenevano le rivendicazioni del diritto all’autodeterminazione dei due popoli.  In virtù delle deportazioni e dei massacri degli ebrei jugoslavi durante la guerra – specie nello Stato Indipendente Croato controllato dall’Asse, nonché nella Serbia collaborazionista di Milan Nedic, con cui Belgrado fu la prima capitale europea a essere dichiarata “judenfrei” – la Jugoslavia si sentiva particolarmente in debito nei confronti della questione ebraica. Alcuni stretti collaboratori del Maresciallo Tito, come Mosa Pijade, erano ebrei, e a guerra finita ne favorirono l’emigrazione in Palestina. Allo stesso tempo, però, i comunisti jugoslavi riconoscevano anche le aspirazioni anticoloniali palestinesi, nella consapevolezza che nessun paese arabo della regione avrebbe accettato la spartizione della Palestina.  

L’impossibile soluzione a due stati 

Da allora, i due popoli hanno combattuto molte guerre, e Israele ha condotto diverse offensive contro la Striscia di Gaza, inclusa quella in corso e per la quale la Corte internazionale di giustizia (CIG) ha ritenuto plausibile che le azioni di Israele possano portare a un genocidio. Un’offensiva, quella attuale, che non è che l’ultimo capitolo di una storia che da 57 anni contrappone occupante e occupato, in totale violazione di risoluzioni ONU e sentenze della CIG, portando i Territori Palestinesi Occupati a una condizione di discriminazione tale da essere definita “apartheid” da diverse organizzazioni per i diritti umani.  
Questi lunghi decenni di violenza e privazione di diritti hanno contribuito a diffondere l’idea che la convivenza tra i due popoli sia oramai impossibile.

In realtà, l’attuale situazione minaccia ancor di più l’orizzonte della soluzione a due stati. Induriti da anni di retorica relativa alla sicurezza nazionale e da uno stato altamente militarizzato, la maggioranza degli israeliani difficilmente potrebbe accettare oggi di vivere a fianco a uno stato palestinese dotato di esercito proprio. Dall’altro lato, i palestinesi sono stati per anni illusi di ottenere uno stato indipendente e oggi sono sempre più isolati e internazionalmente percepiti come un manipolo di terroristi: un’interpretazione che mina il loro diritto all’autodeterminazione. Persino lo slogan che rivendica la libertà palestinese “from the river to the sea” viene spesso inteso come un’intimidazione antisemita, quando piuttosto ricorda che i palestinesi, che vivono tra il Giordano e il Mediterraneo, non sono liberi: non lo sono nei territori occupati in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, e non lo sono nemmeno coloro che vivono in Israele, discriminati su base nazionale. 
 
Per 75 anni, la violenza tra israeliani e palestinesi è stata ciclica e intervallata da diversi tentativi diplomatici di imporre la pace attraverso la soluzione a due stati. Tuttavia – come sosteneva nel 1999 l’intellettuale palestinese Edward Said, sostenitore di uno stato per due popoli – nessuna delle due parti ha avuto un’opzione militare praticabile contro l’altra, il che è il motivo per cui entrambe hanno optato per una pace, quella degli Accordi di Oslo del 1993, che ha tentato così palesemente di realizzare ciò che la guerra non era riuscita a fare. Inoltre, le politiche di Netanyahu, il più longevo premier d’Israele, hanno di fatto seppellito la soluzione a due stati e oggi – come sostiene l’editorialista di Haaretz Gideon Levy – rimangono solo due possibilità: “Un’altra Nakba o uno stato per due popoli”. Nel primo caso, quello cui sembra tendere oggi il governo israeliano, il risultato sarebbe una sorta di über nazione, dove i diritti sono garantiti su base etnica e in cui la legittimità dello stato nazionale israeliano è antitetica al diritto internazionale. Il secondo scenario, invece, si potrebbe profilare con uno stato federale, dove i diritti di cittadinanza prevalgono su quelli nazionali. Uno scenario forse ambizioso e per il quale – spiegava Said – bisognerebbe “ammorbidire, diminuire e infine rinunciare allo status speciale di un popolo a scapito dell’altro. La Legge del Ritorno per gli ebrei e il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi devono essere considerati e rifinite insieme”. Uno stato comune dove prevalgono le identità civiche e trasversali di ebrei e palestinesi richiederebbe un reciproco sforzo identitario a sostegno del nuovo equilibrio demografico: la rinuncia ad essere uno stato fondato esclusivamente sull’identità ebraica da un lato, e, dall’altro, rinunciare all’idea che la libertà palestinese possa avvenire solo al prezzo di esodi e politiche che ripristino la demografia di cent’anni fa.  

L’alternativa alle due opzioni è quanto vediamo da almeno vent’anni: il mantenimento di uno status quo a livello di diplomazia internazionale, utile solo a preservare un regime d’occupazione che espande colonie illegali, e di una prevaricazione di una parte sull’altra a colpi di devastanti offensive militari. E che, come dimostra quanto accaduto lo scorso 7 ottobre, non può che deflagrare in altra frustrazione collettiva, sete di vendetta e quindi atti di terrorismo. Quanto più persistono gli attuali modelli di insediamento israeliano e del confinamento palestinese che ne alimenta lo spirito di resistenza, tanto meno è probabile che ci sia una reale sicurezza per entrambe le parti. Infine, l’illusione che la sottomissione e la disuguaglianza siano prima o poi accettate e normalizzate resta, appunto, un’illusione. 

Oggi, quello di uno stato binazionale per israeliani e palestinesi rimane una chimera geopolitica per il semplice fatto di non essere mai stato debitamente preso in considerazione. Un’idea che quasi un secolo fa era attivamente promossa da diversi intellettuali ebrei, come Hannah ArendtMartin Buber e Judah Magnes, prima che il Sionismo prendesse il sopravvento sugli eventi e costringesse quest’opzione ai margini delle menti dei sognatori e degli operatori di pace. Un’opzione che non sarebbe inedita nella sua sperimentazione, come dimostra il Sudafrica post-apartheid, ma che – rifletteva sempre Said – richiede “una volontà innovativa, audace e teorica per superare l’arido stallo dell’affermazione e del rifiuto”. Una volta effettuato il riconoscimento iniziale dell’altro come uguale, la strada da seguire diventerebbe non solo possibile ma anche attraente. 
 

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